Argento

I primi capelli bianchi spuntarono ai lati della testa, tra tempia ed orecchio su entrambi i lati: discreti, silenziosi... quasi timidi. Mi piaceva immaginare la mia testa al risveglio punteggiata di quella leggera brina dell'eta', come se la fulliggine dell'esperienza lasciasse una traccia piu' indesiderata della forfora per alcuni e carica di suggestioni per altri. A me, inizialmente, facevano davvero poco effetto.

Consideravo la cosa un fatto naturale e del tutto coerente con le mie prime rughe d'espressione, o meglio "rughedespressione", tanto le si sente nominare velocemente quasi per evitare che l'interlocutore possa soffermarsi a riflettere sulle eventuali implicazioni dell'eta': l'arteriosclerosi trotterellante, la memoria labile come foglia autunnale e la necessita' di scatarrare con la stessa finezza di un Cirano de Bergerac che si mangiasse gli spaghetti col naso. Orbene, dicevo (e santoddio quanto mi piace quell'orbene), spuntarono radi, ma decisi. Avevo acquistato una macchinetta per tosarmi (si', tosarmi...come si tosano le pecore) in proprio, quelle orripilanti macchinette di plastica a mezza via tra un vibratore ed un tosaerba e con questa cercavo di dare risalto a quei quattro fili d'argento radendo basso tutto intorno, un perfetto tappetino inglese alto al massimo sei millimetri. Sinceramente, del mio invecchiare questa fu la piu' bella novita': elaboravo improbabili maquillage sbiancando una fototessera scannerizzata, dipingendo barbe e baffetti settecenteschi, ondulando ciocche morbidamente adagiate sul collo e montando orecchini da marinaio marsigliese. Semplicemente mi reinventavo ogni giorno un futuro prossimo ed ineluttabile. Cominciavo a ragionar d'argento, ad essere ARGENTO. Le mie mani si facevano nodose, quasi sagge non fosse stato per un leggero tremore che mi rendeva difficile radere chiazze sempre piu' deboli di nero intorno a bianchi capelli che aumentavano, esercito muto ed indocile come scoprii quando tentando di pettinarli mi resi conto che no, non avevano la sottomessa pazienza dei loro fratelli di colore: erano piu' rigidi di stuzzicadenti, piu' nodosi delle braccia della quercia e piu' ruvidi della vita stessa. Fui preso da sconforto, arrivai persino a radermi a zero progettando poi cure miracolose, trattamenti naturali o fantachimici per soggiogare quel salice bianco che mi cresceva in testa. Il mio volto stava trasformandosi: sotto gli zigomi la consistenza delle mie guancie dava l'impressione di un sacco vuoto, di un criceto derubato del bottino strappato ad un noce imponente. Gli occhi erano ingialliti e le orecchie mi parevano persino piu' grandi. Forse, ahime', solo piu' tenaci...le ultime a resistere alle frustate del tempo. A guardarmi, si poteva pensare che con quelle due appendici fossi in grado di ricevere Tv Koper Capodistria anche segregato nel bunker segreto di Saddam. La parabola dell'uomo-parabola. Oramai portavo solo pantaloni comodi ed ariosi, abbandonando i miei consueti jeans stretti e sdruciti perche' oramai erano in grado soltanto di fasciare due enormi ginocchia: sembravo costruito col meccano. Le cose intorno a me, in compenso, restavano tal quali. La mia piccola casa, da sempre regolata dall'entropia autogestita, era sempre la', immobile come la mia stirpe a ricordarmi chi ero, distratto animale intento a conservare cio' che non e', o tentare di gestire cio' che prescindendo da tutto sarebbe stato. Lasciai crescere i capelli a dismisura. Intricati come un rovo scendevano litigando verso le scapole sempre in numero dispari, mentre un prototipo di frangia veniva ripudiata dietro le orecchie che per lo sforzo cominciarono a farsi decisamente a sventola. Se possibile, dopo tutto questo, maturai: smisi di avere cura di me, di fantasticare, di progettarmi, di percorrermi come un detective cercando invece di lasciarmi scivolare verso un nuovo stato del mio essere: l'essere Argento. Con la A maiuscola che non ho mai concesso neppure a Dio, cosi' irrispettoso della mia stirpe da averci (si dice) creato. Le cose invecchiavano con me: lo steccato che divideva la zolla di terra del mio giardino dal lago aveva comiciato a gonfiarsi dopo avere perso la vernice verde che lo ricopriva, l'edera aveva quasi divorato le mura esterne del mio rifugio ed il cane era fuggito dalla vita sonnecchiando come sempre, il muso fuori dalla cuccia. Io come lui, davanti all'uscio a cercare la vita lasciandola passare. Stavo davvero bene, i capelli oramai formavano una lanugine nevosa ai miei piedi, pettinati solo dalla pressione della sedia a dondolo, il cui scricchiolare mi accompagnava durante lo scorrere dei secoli. Venne l'inverno e lo accolsi come meglio non avrei potuto fare: gli sorrisi e lui per ricambiare mi regalo' una nevicata infinita che si mescolo' alle chiome che come acqua si disperdevano ovunque. Ero felice. Le mie mani oramai erano buffi ceppi ornati da cinque rami secchi fatti tremolare dal vento della saggezza, a stento reggevo la pipa sempre accesa e fumante: respiravamo assieme. Quando mi osservai morire mi colse di sorpresa una lacrima, mi accarezzai i capelli, e seguendoli arrivai al fiume.

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