LA STAFFETTA - Recensione

Di Vanni Spinelli

“La Staffetta” di Germano Bonaveri:
quando la resistenza passeggia con l’eutanasia

BONAVERI - LA STAFFETTASono diversi i motivi per i quali mi metto a scrivere queste righe: comunicare, nel mio piccolo, l’esistenza di un uomo che vive nella periferia di Bologna. Quest’uomo, circondato da gatti, si chiama Germano Bonaveri, ed io lo considero uno dei più grandi artisti/artigiani italiani del nostro tempo, nonché uno dei più abili cantautori presenti nella scena… quale scena? Non ci sono scene indie, underground e simili per Bonaveri: che non sia propriamente commerciale è ben evidente, ma a me piace pensare che questo importante produttore, creatore (e conferisco a questo termine tutto il suo valore etimologico dal verbo greco “poieo”, vale a dire qualcuno che dalla materia grezza riesce a fare, produrre qualcosa di unico, personale ma allo stesso tempo universalmente prezioso) di bellezza vaghi immobile in un ambiente che è quello di chi vuole e sa trovarlo, svincolandosi dagli abusati canali di fruizione musicale attraverso i quali viene iniettata la nostra quotidiana dose di merda che, gradevole o meno che sia il sapore, ha il difetto oggettivo di precludere all’artista di emergere e al pubblico di scoprire qualcosa perlomeno proiettato alla stimolazione del pensiero. Ho scoperto Bonaveri tramite un procedimento analogo, e di questo faccio un mio piccolo vanto.
Sono fermamente convinto che all’arte, che – e in questo concordo con il protagonista dell’articolo - assolve il compito di trasportare i suoi fruitori nel territorio del sacro e dell’emotività, vada restituito almeno il tentativo parziale e paradossale di un’analisi lucida e critica (perché un disco è fatto anche di idee, di segni del tempo, di intuizioni, e tutto ciò può e deve essere colto, sotto “quel velame di versi strani” di cui però bisogna godere e che si devono scrutare nel profondo), al fine di assaporarne meglio ogni sfaccettatura e, soprattutto, di lodare o biasimare l’artigiano a seconda della riuscita o meno del prodotto, con un approccio concreto e carnale alla materia che a me piace molto. E’ come lo spadaccino che, dovendo farsi forgiare una nuova lama, si reca dal fabbro per il lavoro e, compiutolo, non si ferma a contemplarne i dettagli estetici, ma la testa e ne prova i parametri di efficacia e/o debolezza col proprio braccio. Se io, nell’addentrarmi in questo procedimento, dovrò correre rischi di prolissità, ebbene, ben vengano. Lo considero un atto di giustizia e di equità nei confronti dell’uomo e del poeta che ha finito poi per diventare, tra le altre cose, mio amico, e che ad oggi non ha il seguito che merita. Pertanto, le finalità che mi pongo nello scrivere questo testo sono quelle di testimoniare la “non-morte” in Italia della vera musica nostrana, erede di una gloriosa tradizione che gode di fama mondiale, di tradurre in mie opinioni e interpretazioni le parole e la musica di un resistente qual è Germano Bonaveri e di ricordare, a me stesso e a chi vorrà leggere questo articolo, il significato di cercare – come diceva Calvino, autore caro a me e al cantautore in questione – e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e in questo caso canzoni, storie, racconti e poesie in musica da condividere con chi vorrà.
La modalità con cui tenterò di perseguire tutti questi obiettivi sarà quella di (e qui mi avvalgo di un parolone) “recensire” LA STAFFETTA, l’ultimo album di Bonaveri non ancora uscito in distribuzione ma già ascoltabile dai raisers che, attraverso l’apposito sito Musicraiser, hanno contribuito alla campagna di crowdfunding utile alla realizzazione del disco.
Solo questo primo aspetto riguardante la genesi della Staffetta ha una notevolissima importanza simbolica: un gruppo di una cinquantina di persone, infatti, si è unito e ha espresso, tramite una donazione in denaro, la voglia e il bisogno di resistere ad un sistema incancrenito su ogni piano, il quale ogni giorno impone dell’alto prodotti mediocri, perfettamente sostituibili da qualunque ciarlatano e quindi privi di una propria identità e peculiarità artigianale e manifatturale (un po’ quello di cui parlava Marx a proposito di alienazione sul lavoro), escludendo per altro il pubblico da ogni possibilità di intervenire a livello decisionale e di scegliere ciò che, musicalmente, visivamente e da un po’ ormai anche politicamente, più lo aggrada. Un pubblico che, tuttavia, non è esente affatto da colpe. Così facendo, quindi, l’Homo Faber Germano Bonaveri, e per homo faber si intenda colui che dalla materia grezza crea qualcosa di suo esclusivamente, ha dato modo ai componenti del suo, di pubblico, di farsi a loro volta “homines fabri”, individui senzienti e consapevoli che hanno deciso da sé come contribuire e a cosa. Questo primo excursus che sembra esulare l’argomento centrale della trattazione è invece di vitale importanza: l’homo faber, che non è, dunque, solo l’artista/artigiano in sé, è l’unico e vero essere in grado di opporsi a questo specifico inferno in cui l’Italia versa ormai da un ventennio, proprio perché, nell’epoca dell’oblio e della privazione di spirito critico e di creatività consapevole, costui ha abilità e qualità tali da non aver bisogno del sistema per prodursi il necessario a sostentarsi, artisticamente parlando.
Detto questo, direi di dare inizio all’analisi, brano per brano, del disco in tutta la sua complessità: difatti, La Staffetta è un contenitore, un baule con all’interno storie di resistenza partigiana e non, racconti di esistenze esemplari e di eutanasia, e scopriremo come i due concetti di eutanasia e resistenza nell’album trovino un comune denominatore. Le vite, le situazioni, le argomentazioni offerte da questa incredibile scatola si sviluppano in più livelli narrativi, una lezione poetica tutta italiana che trova nello stesso Dante il principale (nel senso anche di primario) esponente, con abbondanti dosi di esoterismo ed ermetismo che proverò ad esplicare come posso, stando ai numerosi ascolti coi quali ho esplorato il disco.
Il primo pezzo della Staffetta è “Detonazione”. Già il titolo preannuncia l’inizio scoppiettante di questo album, che, con questa canzone, si distanzia di molto rispetto alla precedente produzione di Bonaveri. La canzone gode di arrangiamento e sonorità funky che, appunto, esplodono come una bomba in testa all’ascoltatore. E da subito, con questo brano, si può iniziare a parlare di eutanasia. Il testo parla chiaro: il capitalismo è diventato Stato da quando Mario Monti mise piede in parlamento l’11/11/11 (data di uscita, tra l’altro, del precedente capolavoro del cantautore bolognese, L’Ora dell’Ombra Rossa), un vero e proprio colpo di stato si è consumato sotto gli occhi distratti e intontiti dei cittadini e la democrazia si è trasformata in plutocrazia; quello che resta al branco di incoscienti formato dagli italiani è correre dietro al pifferaio magico, dispensatore di verità da fast food usa e getta e abbindolatore di folle. La vera forza della canzone però è un’altra: NON è propositiva, NON è una canzone di protesta né tantomento una canzone di indignazione. “Detonazione” è meramente descrittiva, si limita a delineare il panorama che siamo riusciti a costruirci con un verismo verghiano impressionante. Oppure una soluzione la propone, in effetti? La parola “Detonazione” non compare mai nel testo, eppure è proprio un titolo che fa da fulcro di tutto il pezzo; non si tratta della detonazione del tritolo anarchico nel parlamento per far saltare politici e sistema: quello che Bonaveri vuole dire è che l’unico modo perché tutto questo finisca è implodere tutti, e noi dentro, principali fautori di tutto ciò, ed ecco appunto il primo accenno all’eutanasia. Viviamo una situazione intollerabile, così come intollerabile era il contesto della seconda guerra mondiale e dei resistenti in montagna, che da essere maniscalchi, pastori, semplici contadini si ritrovarono a imbracciare un fucile a vedersi di fronte un nemico a cui sparare. Se tutto ciò non può essere mutato resistendo a nostra volta, Bonaveri auspica una sana detonazione generale, e sia il testo che la musica (come ho già detto di sopra) rendono al meglio questa idea.
La voce solida, calda e potente del cantautore è l’emissaria dei messaggi di cui questi cinque dischi, compreso quest’ultimo, sono forieri, messaggi che – come in ogni opera nata da e nell’Arte – sono diversi ma unici, molteplici ma equivalenti, dal momento che nel territorio del sacro niente è giusto ma tutto è esatto. Anche nella Staffetta Bonaveri canta tenacemente il canto di chi tiene duro, con un timbro vissuto ma nuovo ogni volta. Questa caratteristica del contenuto di una canzone, che si fa messaggio, monito o suggestione, porta a comprendere (dal latino “cogliere – appunto – tutto assieme”) un testo a 360°: accade così che il ritornello di “Detonazione” sintetizzi in quattro versi l’importanza dell’onomastica tanto cara e usata dallo stesso Dante, ovvero di quanto possa essere cruciale chiamare le cose col loro vero nome, salvaguardando il proprio linguaggio (e su questo torneremo) e sottraendosi all’inganno. Così facendo Germano accoglie sarcasticamente la Plutocrazia, vero nome dell’attuale Democrazia, con un benvenuto.
Un’altra caratteristica centrale della Staffetta è quella di mettere in comunicazione passato e presente, cercando contemporaneamente di IMMAGINARE e IPOTIZZARE un “nuovo mattino”, per dirla come Il Matto dell’Ombra Rossa, un futuro eventuale. Il titolo dell’intero disco, perciò, è molto idoneo e leggibile anch’esso con più livelli di interpretazione: la staffetta partigiana era quella figura molto spesso femminile che, nella seconda guerra mondiale, portava aiuti e informazioni dalla montagna alla città e viceversa, ai fini di un’azione organizzata contro il nemico nazi-fascista; “La Staffetta”, però, è anche la metafora poetica per spiegare il passaggio di testimone da quell’epoca a questa, chiarendo come in effetti siano cambiati i modi ma non i contenuti. Narrazioni presenti e passate che comunicano, quindi, e che all’interno del disco vivono e respirano. Tra queste è perfettamente inseribile la seconda traccia del disco, “Distopia”. Anche questa volta, il titolo della canzone è molto eloquente: indica infatti uno scenario catastrofico imminente (o già verificatosi) nel quale ogni possibile presagio di positività degenera in una realtà assolutamente opposta, quindi negativa. Nella fattispecie, la canzone è appunto una lettera che un contadino scrive alla propria terra, nutrice della sua gente, che adesso è assalita e deturpata dal disastro della guerra scoppiato a valle, da immaginare come una conca che lui osserva dall’alto della sua casa in collina, immersa in una notte gelida. L’architettura della musica in questo brano è essenziale, ridotta a quei quattro accordi che rendono una canzone evocativa e magnifica, nella misura in cui la povertà rinvigorisce la sensazione. “Distopia” è l’inizio di una storia a sé stante nel disco, che vedrà la sua prosecuzione fra qualche traccia. Salta subito all’orecchio e al cuore dell’ascoltatore la vitalità affettiva e la schiettezza dell’attaccamento del contadino, alla terra concreta, tangibile, quindi alla Natura, primo “precetto” violato dall’uomo e la cui conseguenza è la prima alimentazione della distopia. “La fatica del giorno”, “il respiro del mondo” che “ora mette paura” sono i versi perfettamente esemplificatori di questa teoria di Natura animata e presente attorno e dentro di noi. Altre e tante sono le immagini evocate dal brano per restituire ancor più pienamente questo concetto; esempio è un elenco di frutti che la terra fornisce: “sudore”, “lavoro” (senza i quali non si raggiunge la Quiete intesa come ristabilimento dell’equilibrio, come l’autore sussurra in “Ad ogni inverno”, canzone dell’album Città Invisibili), “promessa” e “libertà”. Davvero geniale e brillantemente sintetica, inoltre, la maniera poetica con cui Bonaveri suggerisce la fuga del contadino dalla sua casa, dato che la guerra (qui concepita come la seconda mondiale, ma abbiamo già parlato dell’universalizzazione dei concetti nell’arte, quindi…) si sta approssimando anche ad essa coi suoi soldati: “ti ho lasciato una lettera scritta soltanto a metà” delinea appunto l’immagine dell’uomo che interrompe repentinamente la scrittura per scappare, magari dopo aver sentito dei rumori sinistri farsi sempre più vicini. Trovo che questo tipo di scrittura sia veramente godibile e che riesca a trascinare l’ascoltatore all’interno vivido della canzone, in medias res. Per non parlare poi dell’altro piccolo saggio che può essere scritto per il verso dopo quello succitato: “perché devo partire ma ritornerò”. Il contadino non fugge solo perché braccato: il ritorno menzionato è la promessa (fallace) del rivoluzionario consapevole di quello che intende compiere ma che poi, forse proprio a causa di questa sua vana consapevolezza di sconvolgere un sistema troppo saldo, rovina inesorabilmente, come vedremo poi. Alla fine di tutto questo, per decorare il brano con un ultimo diamante, l’assolo di oboe di Mario Arcari, fiatista storico di De André e altri, che ricrea alla perfezione l’atmosfera di un notturno tipicamente leopardiano, ed ecco che chi ascolta viene traghettato sulla stessa collina del contadino ad ammirare la vallata sotto le stelle e squassata dalle fiamme della guerra; l’assolo, pertanto, è placido ma inquieto allo stesso tempo. Lo sconquasso di questa Terra (è il caso di scrivere l’entità viva “Terra” con la maiuscola iniziale) è evidenziato dalla ripetizione di aggettivi come “nera”, “ferita”, “arida” ecc., che Bonaveri colloca sapientemente all’interno del testo velocizzato ritmicamente nel cantato per aumentare il gradiente di sdegno verso chi l’ha ferita mortalmente, a sottolineare quanto prima fosse portatrice di libertà in un processo di “laus et contemptus” che sarà ancor più enfatizzato dall’autore per bocca di Alekos, che comparirà fra otto brani.
“Autodafè”: questo è il titolo della terza traccia della Staffetta. E’ la canzone sicuramente più geniale (nel senso stretto del termine) ed estrosa dell’album. La spiegazione del pezzo necessita di una premessa: nel 2010, con l’uscita di “Città Invisibili”, Germano Bonaveri aveva pubblicato una canzone chiamata “Il Ragno”, nella quale si argomentava riguardo la perdita sempre più grave del linguaggio e delle parole, principali strumenti di resistenza contro un sistema di capitalismo verticale e di ignoranza. Le suddette parole andavano preservate e salvaguardate per evitare di incorrere nel gesto riottoso, rivoltoso e violento, che avrebbe di sicuro provocato caos e sangue tra i popoli in sommossa. La differenza tra il sultano e il suddito è che il primo conosce tremila parole e il secondo trecento, e il solo gesto di aprire il vocabolario alla ricerca del significato di un vocabolo sconosciuto è una ribellione vera e propria al potere. Ebbene, “Autodafè” è l’esasperazione del discorso affrontato nel “Ragno”. L’intero testo è formato da termini formalmente e anche semanticamente complicati e ricercati, i quali hanno il preciso scopo di sollecitare chi ascolta semplicemente ad andarsi a cercare il significato di una parola come “sinderesi” o “telesma”. La canzone però non è una mera ostentazione di capacità lessicali: essa sviluppa un discorso ben preciso inerente a un vero e proprio processo (l’autodafè, vocabolo derivante dallo spagnolo antico che significa “atto di fede” è, in poche parole, il tribunale dell’inquisizione) che giudici e boia conducono contro individui inermi e incapaci, privati della possibilità di ribellarsi (al contrario di quanto detto in “Non dimenticare”, canzone tratta dall’album del 2007 “Magnifico”, vale a dire che “ribellarsi è giusto e SI PUO’ FARE”). La grandezza del pezzo è il non essere per nulla ermetico, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, né può essere frainteso, visti i ritornelli che sono fin troppo chiari ed espliciti con ciò che vogliono comunicare: “sarà bellissimo non capire / le ragioni della sentenza / barattando il nostro linguaggio / per un fisico da fantascienza”; “è stato facile sopraffarci / come la nuvola oscura il sole / è nel disegno del potere / derubarci delle parole”: tutte frasi di gran lunga esplicative. Siamo tutti “condannati senza una prova”, ora che nemmeno il “gesto” è più possibile. Muti, assistiamo allo sgretolamento di questi tempi cupi, testimoniati dal tono stesso del brano, assiduo, martellante e frastagliato di terminologie giuridiche (il “nolle prosequi”, ad esempio), a restituire maggiormente quella sensazione di imputazione coatta e inesorabile, con addosso gli indici di gerarchi obliati. Bella ed efficace l’immagine dell’ottuagenario tassidermista contenuta nella canzone: l’immagine nitida, grazie al modo di scrivere chiaro del cantautore, di un vecchio imbalsamatore che si dispiace “per i tanti trofei andati sprecati”. E l’ascoltatore se lo immagina proprio davanti a sé, coi suoi strumenti, a dispiacersi contrariato, così come ci si sente catapultati nella platea che assiste alla decapitazione dell’io narrante del brano, quasi compiaciuto di andare a morire, accecato dalla propria stoltezza.
“25 Aprile”, a mio gusto, è la canzone minore del disco, ma non per questo meno importante o priva di vasti contenuti che la rendano a sua volta peculiare. Un pianoforte, cugino di quello che ha suonato in “Distopia”, accompagna pacato la voce di un vecchio partigiano, il quale racconta e si racconta attraverso la ricerca disperata di qualcuno o qualcosa. Il testo della canzone è tutto giocato e impiegato, in apparenza, sul piano dell’uomo che ricerca un’entità superiore, che la invocava nei momenti più bui della guerra di resistenza e che tutt’ora, raggiunta la terza età, la chiama incessantemente girovagando per le piazze della sua città festante, per le vie della stessa città altresì vuota, o, semplicemente, nei meandri della sua psiche. “Dov’eri quando ti cercavo?”, si domanda anaforicamente l’anziano protagonista della canzone, la stessa domanda che milioni di anime si fanno nei momenti più terrificanti delle loro esistenze, ovvero quando un uomo decide di bruciarne miliardi, quando una piccola casta sceglie di affondare una popolazione. Ma in questo caso la domanda supera questo livello. Dov’eri quando ti cercavo, nel momento in cui consolavo il pianto di una madre disperata per la morte del figlio, che combatteva sulle montagne; dov’eri sempre allora, quel 25 Aprile 1945, quando le piazze italiane in festa proclamavano la liberazione e la fine della guerra; dove sei anche adesso, quando le stesse piazze si riempiono di gioia e di vita per ricordare e commemorare quell’evento nemmeno troppo lontano e che continua a riguardarci da vicino. Il vecchio partigiano non è in cerca di un dio, di qualcosa a cui appigliarsi nello sconforto cosi come nel giubilo: il vecchio cerca lui, quel traditore, quel suo compagno partigiano e comunista che si dileguava quando c’era bisogno di lui all’epoca della guerra e che ora ha cambiato faccia, salendo sul carro dei vincitori e sventolando bandiere rosse. Lo stesso traditore che oggi, impunemente e con tacita insolenza, insiste nel salire su quel carro, sorridendo alla folla e festeggiando eventi ed ideali che lui ha tradito, camuffandosi da compagno ma essendo, sotto sotto, uguale ai nazifascisti. Un voltagabbana, uno che ha deciso di abbandonare quel mondo per la convenienza di ottenere “un posto di potere nella nuova società”, quella odierna, quella allo sbando ed irrecuperabile.
Questo è, più che il motivo della ricerca, il bersaglio del vecchio partigiano cui Bonaveri presta la voce all’interno della canzone, ed il testo, ancora una volta, non lascia spazio all’equivoco e al fraintendimento, benché sia comunque tutto giostrato sul succitato livello-“preghiera” di sorta. Il partigiano VUOLE SPARARE a quel traditore, ed è magistrale che l’autore abbia voluto dare a tutto questo la forma di una supplica, di una ricerca spasmodica quando in realtà non è altro che il desiderio di un vecchio che “sconta il tempo che ha vissuto” di ammazzare il suo nemico, quasi a suggerirci che i due piani di “ricerca” talvolta combaciano, nel territorio di quel particolare “Sacro” al quale stavolta il vecchio ha avuto accesso tramite un bisogno superiore di vendetta, che re-agisce in lui (tema, questo, che affronteremo nel prossimo brano). UNA SOLA – e ciò è meraviglioso – è la frase con cui Germano Bonaveri chiarisce gli intenti del protagonista: “adesso che ho deciso di LEVARE LA SICURA”. Da lì si capisce che si sta inerendo al campo semantico delle pistole, ovviamente, e il pezzo, da essere una canzone quasi “romantica” in un certo senso, assume tutt’un’altra forma e consapevolezza di sé, nonché un significato profondissimo: la vendetta, che da universale (altro spoiler del brano che seguirà) diventa individuale, quasi blanda, di un vecchio ormai solitario che non vuole commettere semplicemente un attentato sovversivo ma tenta di fabbricarsi un senso al proprio essere ancora nel mondo finché potrà, restituendo il giusto equilibrio intellettuale a quell’umanità decimata nella guerra mondiale e infangata dal ricordo distorto di quel tipo di vincitori fraudolenti che, tristemente, riscrivono sempre la storia.
Musicalmente, tra l’altro, la canzone è come spennellata; di nuovo pochi suoni concatenati tra loro danno l’effetto di un affresco, e l’immaginazione. vitale per l’uomo, costruisce l’affresco di un uomo gracile ma con la mano che sfiora la fondina, che arranca per le strade ma che vive supportato dalla determinazione delle sue azioni. Trovo che tutto ciò abbia un altissimo valore poetico.
Se “25 Aprile”, al di là della valenza obiettiva che possiede come poesia e canzone, è ad ogni modo un brano che non incontra troppo i miei gusti, “Guerra” gode a mio avviso di un’obesità estetica senza pari, il che fa di questa canzone la più bella (soggettivamente) del disco, fuor di dubbio. Le sensazioni e l’emotività che quella chitarra elettrica regala lungo tutto il brano, perlopiù impegnata in UN SOLO si minore (incredibile quanto può dare un unico accordo se suonato bene), sono ineguagliabili. Per questo la canzone è inquieta, appesa come un nodo alla gola ma è anche, allo stesso tempo, piena di respiro, nelle parti che seguono il cantato “monodico” su quel solitario tappeto di chitarra elettrica. Si avverte il presagio del “fratello del Lupo” (il Lupo a cui si fa riferimento è il partigiano Musolesi) che niente sarà più come prima, si percepisce il pericolo imminente del Dio della Guerra, Ares, che si insinua, “col suo passo leggero di temporale”, all’interno del combattente partigiano. Il titolo, appunto, è “Guerra”, vocabolo di genere femminile, ma nel testo Bonaveri dice “l’ho sentitO arrivare” non a caso, perché è proprio del Dio che si sta parlando nel brano. E in seguito, magnificamente, l’apertura, la dilatazione dell’arrangiamento, il momento in cui l’oboe di Mario Arcari arriva a coadiuvare la chitarra di Antonello D’Urso: “la primavera fuggì e si era appena in marzo”. La canzone assume la tonalità maggiore ed è come se delle porte venissero spalancate a mostrare il panorama dell’Appennino, con i suoi alberi e le sue vette. Istanti veramente da brividi entro il contesto irrequieto del pezzo. “Si era appena in marzo” è la frase che denota lucidamente l’inoppugnabilità della guerra quando giunge, per l’appunto, come un temporale, non lasciando speranze di esistere nemmeno alla primavera stessa. Ora dico una cosa nuova e mai detta prima a proposito delle precedenti canzoni: qui il testo è caratterizzato da una potenza espressiva e semantica mozzafiato. Dopo la suddetta frase, Bonaveri canta: “ci ritrovammo al di là del tempo, lontano da qui”, stesso spazio che descriverà il cieco protagonista di “Sobibor”. Si ritorna sul tema della misura oltrepassata, del confine varcato che trasporta tutti nel territorio Indifferenziato, quello anomalo e d’emergenza della brutalità della guerra, che legittima il sentimento primordiale e, in questo contesto, divino della vendetta, che in “Guerra” si impossessa dell’universalità di cui era priva in “25 Aprile” e dell’efficacia che rinvigorisce il braccio del partigiano e lo sprona a resistere. “Ora è dentro di me e lo sento re-agire”, appunto. Il tratto sospeso non è casuale: quando un nemico gigantesco e opprimente piega e vessa fino a un punto critico una popolazione, quello stesso sentimento di violenza si insinua nella controparte partigiana e lo spinge e reagire, nel senso vero della parola, quello che Bonaveri sa impiegare nei suoi testi. Ed ecco che quel sentimento muta aspetto e forma, e non si può più tornare indietro: “molte vite spezzate da vendicare. / Il fratello del Lupo ha fiutato il destino / inseguito sui monti dell’Appennino”. Questi gli altri versi che attanagliano lo stomaco dell’ascoltatore riempiendolo di brividi e timore, e in sottofondo sempre quell’unico accordo. E poi ancora ritornello, e dopo l’ultima trovata poetica che rende questa canzone, a conti fatti, un indubbio CAPOLAVORO: la chiamata in causa che Bonaveri decide di attuare di altre divinità, oltre a quella del conflitto. Nella canzone, difatti, sono citati “il Dio degli Amanti”, “il Dio dei Dubbiosi” e “il Dio degli Inganni”. A questi tre entità il compito di assolvere a determinate funzioni speciali, che il cantautore esprime con dei periodi ipotetici della possibilità che danno in effetti l’idea che si stiano compiendo delle liturgie, dinanzi all’orecchio di chi ascolta. Così, se “il Dio degli Amanti si facesse neve”, verrebbe invocato “per gli inverni a venire, a riposare nei solchi delle morte stagioni”, interpretabile come la cicatrizzazione e l’alleviamento delle ferite riportate dalle stagioni ormai morte e passate a causa della guerra, per cui la neve diventa una sorta di “anestetico” contro il dolore globale, oppure ancora il fenomeno atmosferico col quale ricoprire e davvero seppellire un mondo devastato e condannato - per ricondurci al tema dell’eutanasia - di modo che non si “possa più fingere”, non ci “illuda il domani”. Ruolo fondamentale quello svolto, invece, dal Dio dei Dubbiosi che, facendosi vento, deve “soffiare lontano l’idea inamovibile” che ci sia un disegno divino a governare la sorte del pianeta e delle umane genti, portatrici di per sé di un “equilibrio instabile” nel loro progetto. Così facendo libererebbe l’umano dall’angosciante idea di una presenza ultraterrena che altro non è se non la proiezione onnipotente, una divinità giudicante e vendicativa che però promette un futuro luminoso nell’oltretomba, così come una certa escatologia cristiana assicura - rinnegando il passato, disprezzando il presente e sperando nel domani – piegando la volontà dell’uomo che rinuncia a capire che tutto accade in un eterno presente ed è inutile fustigarsi e farsi opprimere hic et nunc per procurarsi un al di là beato. Bonaveri, per mezzo di questa strofa e delle altre due sue sorelle (nelle quali, proprio a questo scopo, sono citati elementi come la Neve, il Vento, il Mondo), recupera la concezione greca di Natura come unico ente dominante e al quale rendere indietro il sangue sottrattole con altro sangue per ristabilire la Quiete, l’Equilibrio. Infine, il Dio degli Inganni che, nella soave e distesa melodia di “Guerra”, rivela a colui che lo venera, facendosi Parola e raccontandogli il Mondo, che “non c’è nulla di vero”, per citare la title-track “La Staffetta”. Il reale non è che la propria soggettiva idea di realtà, ed è per questo che il protagonista del pezzo decide di nascondersi nel piano degli “interstizi (di pessoana memoria, quello degli interstizi è il piano slegato da ogni contingenza, quindi frapposto tra due dimensioni e non appartenente né all’una né all’altra, quindi divino) del suo narrare”, in modo da trascendere il piano terreno e approdare in quello in cui si può “spiare in silenzio” e poi lasciarsi trovare dal dio menzionato, come per cedere alla sua volontà.
Di seguito a un brano tanto imponente, il disco di Bonaveri propone un’altra canzone di quelle musicalmente “inaspettate” per un cantautore (che sarebbe riduttivo additare come) folk. Una di quelle che si riallaccia, con il suo arrangiamento, a pezzi-bomba come “Detonazione” e “Autodafè, ed è “La procedura”. Canzone dal ritmo frizzante e vispo, “La procedura” è l’oppressione vista dagli occhi inconsapevoli dell’oppresso. Racconta la giornata tipo dell’uomo moderno, che spreca la sua esistenza consumato dal sistema, una vita fatta di affanni incompresi, piccoli dolori fisici e psicologici e tanto torpore intellettuale, sentendosi “sinceramente coglioni” e, invano, “sperando in giorni migliori”, una miglioria che nel concreto nemmeno chi se la auspica non saprebbe definire. Il pezzo, compreso tra “Guerra” e “La staffetta” – più “lenti” dal punto di vista della musica – “detona” (per usare un termine proprio dell’album) incastonato ai brani menzionati, ed è impreziosita anche dalla presenza alla batteria, pulita e ritmata ad hoc per scandire un brano del genere, di Ellade Bandini, noto batterista di Francesco Guccini, Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Branduardi e molti altri. Nella canzone, quindi, si racconta di un modo di vivere, diffuso nel nostro tempo, per l’appunto “procedurale”. Crampi alla schiena durante il lavoro di catena, “alienazione sicura nella mobilità”, “Il marcatempo” che “sancisce la mia vera età” sono le uniche certezze (“alcune formalità”) in un’era di tacita sottomissione spacciata per normalità, come anche la chitarra allegra e spensierata suggerisce. Ed è nel ritornello che Bonaveri chiarisce e fuga i dubbi, passando, sul piano narrativo, dal punto di vista del sottomesso a quello proprio suo: “tutti schedati, terrorizzati” ed un elenco di procedure economiche che reggono in piedi questo fallimentare meccanismo plutocratico, fino ad arrivare alla conclusione finale: “Il capitale sotto il grembiule, (dunque nascosto, celato, riservato a pochi, vero male della nostra società) la soluzione: detonazione!”. Così facendo, l’autore compie un’auto-citazione e si riallaccia al brano d’apertura del CD, proponendo come unica salvezza l’autodistruzione.
Nella seconda parte della canzone il protagonista opta per una ribellione, scegliendo di sabotare la procedura preimopostata. Naturalmente, questo tentativo si rivelerà blando ed vano: chi parla comincia a riprendersi dal sonno e ad assumere una certa coscienza di quello che gli accade intorno dichiarando: “rinuncerò a consumare e mi sequestrerò / sai che ti dico? domani tutto cambierà, la procedura domani non mi fregherà”. Poi, però, il finale magnifico della canzone, dopo l’ultimo ritornello: “colpo di scena: fra poco è ora di cena e in cielo splende la luna piena”; con quei tre accordi soffusi e suonati come se fossero una ninna nanna, il protagonista si fa riassorbire nel vortice dell’ipnosi, della monotona ignoranza quotidiana e dell’inconsapevolezza, reincanalandosi nella stessa cantilenante procedura.
“La Staffetta”. Title-track dell’album e altro pezzo che rientra tra le mie preferenze. Questa canzone è a tutti gli effetti quella che meglio rappresenta il concetto di eutanasia (e non solo) che percorre in toto l’ultima fatica di Bonaveri. Tra intimità e vera e propria magia, scandita da un tempo incasellato da terzine, “La Staffetta” – in quanto appunto traccia che dà il nome a tutto l’album – è portatrice del fardello semantico che grava su tutto il disco, è l’epicentro di quanto l’autore vuole comunicare con questa opera. L’artista bolognese della parola musicata sceglie una metafora, tanto perfetta quanto privata, per esplicare al meglio il parallelismo tra il bisogno dell’eutanasia personale, che sopraggiunge quando la sopportazione è estrema e valica in confini della resistenza, e quella sociale, la quale invece deriva dal culmine della sopportazione collettiva, quella degli “invisibili”, degli oppressi e degli onesti, quella che si esaurisce quando le vessazioni del potere oltrepassano il limite terreno e la loro mole diventa tale e tanta da sfuggire agli occhi di chi le subisce. La metafora in questione è – un’ovvietà all’apparenza, un suicidio. Ma non un suicidio qualsiasi. Bonaveri fruga nel suo vissuto e mette in comunicazione chi ascolta con la sua stessa storia (“la sua storia è anche la sua”, avrebbe detto il cantautore in un pezzo chiamato “Grideresti”), e in una canzone dalla musicalità stupendamente sciamanica dovuta all’arpeggio di chitarra “terzinato” e a un dolcissimo ma profondamente triste e funereo flauto, l’autore narra del suicidio della propria madre, avvenuto quand’egli era appena diciottenne. Per questi e tanti altri motivi è veramente arduo anche solo cercare di spiegare, allontanando l’afasia, quante e quali cose contenga “La Staffetta”. Nell’ascoltarla, ci si sente addosso tutto l’attaccamento genitrice-figlio e ogni contenuto di stampo filosofico che il cantautore inserisce nel brano. La ricorrente anafora “appesa al muro – appesa al muro…” è quasi una cantilena, e ancora l’ascoltatore è ipnotizzato come se davvero uno sciamano gli stesse compiendo davanti un rituale sacro, con una formula, sempre la stessa come in tutte le liturgie magico-sacre, che si ripete costantemente. La Staffetta della canzone è appesa perché impiccata, e sospesa, come chi si trova di fronte a un dolore incommensurabile, a un lutto spasmodico, e si ricorda “che inverno comunque arriva, che al risveglio i sogni “sfumano il riaversi” tra “la falsa emergenza dei nostri bisogni” e “la memoria dell’attimo in cui ci siam persi”; concetto quanto mai attuale quello dei bisogni costruiti dal sistema e quindi falsi, che prima non c’erano e non sentivamo ma che ora invece sentiamo urgenti, come il dover possedere l’ultimo telefonino, totem del consumismo, ma che in realtà scopriamo essere niente in confronto a tanta sofferenza, proprio come è accaduto alla protagonista del brano, che ha intrapreso una vita che non voleva e che il troppo dolore ha condotto all’atto estremo, vanificando l’importanza di tutto il resto. Più di ogni altra, questa è la canzone il cui ritornello è la “mise en abyme” del suo significato e di quello globale di tutto l’album.”Divora il padre e la madre, monito dal sapore quasi biblico, è infatti il verso d’apertura del ritornello che serve sì, a conti fatti, a metabolizzare il lutto della perdita di un genitore, in questo caso la ontologicamente fondamentale figura materna, ma è anche un consiglio che risponde al grido disperato di resa che pervade tutto il brano; i propri genitori, una volta emancipati intellettualmente e spiritualmente come figli, vanno divorati, che non vuol dire annichiliti nel loro ruolo, ma assorbiti, inglobati nel proprio essere per costruire pian piano il domino del proprio io. Per questo il ritornello della “Staffetta”, simbolo materno che Bonaveri erge a testimone di un dolore esistenziale individuale (quello della vita stessa di sua madre) così come foriero di tutta la sofferenza universale passata, presente e futura (si pensi alla guerra, come di sopra si diceva) per cui il termine “staffetta” assume il suo senso letterale, è consolatorio ed è una delle descrizioni più riuscite ed emotive di un’eutanasia, come raramente è stato possibile vedere in precedenza Fagocitando i genitori, non solo si accresce la mole della propria interiorità ma si sopporta anche il dolore della loro perdita. La consolazione autonoma che Bonaveri ricerca, inoltre, si manifesta in un verso importantissimo della canzone, utile a comprendere non solo quest’ultima ma anche tutta la poetica del cantautore bolognese: “ama, ché tutto accade adesso”. Dal momento che il tempo non esiste se non nella misura in cui è un’invenzione, tra l’altro di origine letteraria, dell’uomo (la parola “tempo”, difatti, deriva dal greco “temno” che vuol dire “tagliare”, ed è stata utilizzata da poeti come Orazio per indicare appunto qualcosa di tagliente, distruttivo) tutto l’universo vive un eterno presente, e le specie che si sono “susseguite” in realtà non sono che meri accadimenti, “accidenti” (per usare un altro termine filosofico). Ogni persona accade, non dura che un frammento di attimo all’interno del sistema universo, e sarebbe insensato patire troppo a lungo il dolore per qualcuno che non è mai stato accanto a noi in un lasso di tempo effettivo e reale. Tant’è vero che, come Bonaveri canta in questa sua dolcissima nenia, “non c’è nulla di vero”, nel senso tutto ciò che noi percepiamo del mondo altro non è che il nostro limitato parallasse, snaturato di quella VERA (e quindi ineffabile, imperscrutabile) dimensione onnicomprensiva che è quella che solo in astratto si può cogliere; stando così le cose, “ama” e “bestemmia” sono gli imperativi, perché vale la pena dunque lasciarsi andare, cedere al pulsare delle proprie sensazioni interiori pure, non farsi frenare dall’inibizione specialmente davanti a una tragedia, come può essere la morte precoce e auto-inflitta di una madre. Per liberarsi bisogna appunto “gridare fortissimo il loro nome / finché il dolore scompare e il rancore si fa compassione”. A questo proposito l’autore fornisce una precisissima quanto poetica definizione dell’artista-artigiano che, ricollegandoci al tema trattato di sopra, sa creare autonomamente una realtà sciamanica e illusoria davanti agli occhi di chi assiste all’incantesimo, una realtà fittizia come fittizia è, in fondo, la nostra percezione di ciò che ci circonda: “solo un mondo tracciato col gesso / da un bambino sul muro”. Quel bambino è la stupenda metafora dell’artigiano, che col suo gesso, che potrebbe benissimo essere una canzone, una poesia, qualsiasi altra forma artistica, assume il ruolo di sciamano e raffigura la sua versione (appunto, una realtà sciamanica) del mondo. Di seguito, un mugugnare sommesso del cantautore, senza altre parole, prosegue l’andamento da culla di questa canzone, un canto che sa di ancestrale, di formula magica dello stregone attorno al fuoco. E le immagini così prendono forma e consistenza, e lo stesso dolore di cui partecipa l’ascoltatore, quello della madre, quello del figlio, quello del Mondo, quello dei popoli, scompare e svanisce in lacrime di commozione.
A seguire “Sobibor (Letter from Gaza)”. Gran parte del senso di questa canzone è svelato solo dal titolo: Sobibor è stato il secondo campo di sterminio per numero di morti dopo Auschwitz, indicatore del fatto che la canzone parlerà di un’altra storia passata (passata come poteva esserlo “Distopia”), appartenuta al primo dei due archi sapzio-temporali di cui il disco si occupa, quello della seconda guerra mondiale: nella fattispecie, si parla di un uomo detenuto all’interno del lager, e quest’uomo scrive una lettera a qualcuno. Significativo è che la lettera è “from Gaza”, come la parentesi contenuta nel titolo suggerisce, quindi l’autore sta attuando un parallelismo ennesimo tra la condizione di allora con, in questo specifico caso, quella tragica di Gaza, della Palestina e di tutte le zone di guerra in medio-oriente, dimostrano ciò che costituisce il fulcro di tutto il senso di esistere dell’album, vale a dire che cambiano gli aspetti ma non le modalità, così come non c’è differenza tra i nazisti di allora e i sionisti di oggi.
“Sobibor” è una canzone, a primo impatto, struggente e commovente, che smuove l’animo anche dell’ascoltatore più distratto e lo teletrasporta veramente in mezzo all’abominio e all’orrore, di fianco a quel prigioniero ormai sfinito fisicamente e che al fioco bagliore di una probabile luce compone il suo scritto. Perché è così che deve comportarsi una canzone ben scritta: trascinare di peso chi ascolta nella sua atmosfera prima di tutto per mezzo della musicalità, che sia degli strumenti o delle parole. Il deportato a Sobibor quindi scrive un lettera, una lettera da inviare… a chi? Da qui si accede al secondo livello del brano, quello che abbandona la suggestione eterea della musica per delineare uno dei molteplici sensi di una delle tante canzoni di Bonaveri suggestibili di svariate chiavi di lettura. Per l’appunto, non a caso “Sobibor” inizia nella STESSA tonalità di “Distopia” e persino le primissime note sono IDENTICHE alla seconda traccia dell’album, solo che in questo caso il pianoforte – strumento presente come mai prima d’ora nella produzione del cantautore bolognese, evidentemente a enfatizzare il senso plurimenzionato di eutanasia per il suo effetto “tappeto” e “rigor mortis” palesemente ricercato dall’autore – si fa più greve (esattamente come le parole che “sono pesanti”, citando la canzone stessa). Questo perché, e da ciò si intuisce, Distopia e Sobibor costituiscono una micro-storia ulteriore all’interno della macro-storia del disco, due brani tra loro collegati che vicendevolmente si richiamano: il contadino che in Distopia, facendo la promessa del rivoluzionario, partiva, lo scopriamo deportato e detenuto nelle carceri del campo di concentramento polacco; in questo modo, l’autore ci comunica un altro fallimento, l’ennesimo tentativo di cambiare le cose purtroppo sfociato di nuovo in una tragedia. La lettera che scrive il cieco prigioniero può sì essere indirizzata alla sua amata, ma, forse, anche alla stessa terra a cui il contadino di “Distopia” si rivolgeva con affetto e mestizia. Sembrerà un pleonasmo ripeterlo, ma spero di riuscire a trasmettere la grandezza di un’opera tale, in cui una storia tessuta all’interno di altre storie trova posto e si inquadra perfettamente nello scenario di storia reale, pulsante, del disco.
In “Sobibor”, tra l’altro, strano a dirsi, si sente chiaramente l’influenza del teatro-canzone di Giorgio Gaber (altra nota di merito, per la serie che chi più ne ha, più ne metta). Sì perché, nel cantato, non si riesce a distinguere quando finisca il canto e cominci il teatro. Bonaveri, per conferire ancora più senso e peso alle parole che sta pronunciando, le recita davvero: accade così che per cantare, per altro in prima persona, di un carcerato rinchiuso in due metri quadrati di stanza, consapevole che il giorno dopo dovrà comunque essere ammazzato e che se prova a gridare per l’orrore e la disperazione arriveranno comunque i suoi assassini ad affrettargli la morte, non si può mantenere un tono di voce cantato sempre uguale o costantemente troppo melodico. Difatti, di enorme portata artistica sono frasi tipo “le parole sono pesanti”, in cui l’aggettivo è particolarmente marcato a livello vocale per rendere appieno quel senso di pesantezza, o appunto “c’è così tanto orrore che vorrei gridare”, in cui il “gridare” è appena soffiato e accennato dopo una frase cantata quasi fragorosamente, il che si ricollega a quanto detto di sopra. E come non citare i diversi gradi di intensità con cui il cantautore canta “Ti scrivo un saluto DA QUI”? Il “qui” in questione, di grande importanza nella poetica di Bonaveri, che inerisce proprio all’ “hic et nunc”, un “qui“ esoterico e fondamentale a livello della dimensione in cui è chiamato in causa, è detto ogni volta in maniera sempre più rancorosa e profonda. Lo spazio in cui si trova il carcerato è quello ormai proiettato oltre i confini del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male, della mostruosità e del sublime: egli ormai si trova – a causa del troppo dolore a cui è stato sottoposto, perché è tramite l’esposizione a forze immense che vi si accede, in quel “qui” Indifferenziato, luogo in cui è possibile che “ferocia e bellezza si confondono in me”, e tant’è vero che lì “c’è così tanto azzurro da poter volare OLTRE OGNI TEMPO, al di là del dolore, nonostante il confine che ci separa oramai”. E ovviamente l’arrangiamento non poteva non contribuire, facendo sì che alla fine della canzone ci fosse uno scrosciare di chitarre elettriche distorte come se tanti tuoni in assolo si abbattessero sulla terra, segno che un’altra apocalisse è finalmente compiuta.
Ed ora si arriva al pezzo a mio avviso più triste di tutto il disco, nonché chiusa “ideale” della Staffetta: “L’indomani”. Ne è il termine ideale proprio perché corrisponde a quell’ipotesi di “nuovo mattino” menzionata all’inizio.
L’autore ha saputo padroneggiare con dimestichezza tutte le tinte che compongono le varie atmosfere di questo disco, e “L’indomani” rappresenta quella in cui la biunivocità “affetto musicale – contenuto semantico” è indubbiamente più fuori fase. All’ascoltatore potrà sembrare strano additare questo brano come il più mesto di tutto l’album, data la straordinaria spensieratezza e l’eccezionale giubilo del suo accompagnamento sonoro. Già, la canzone in questione è di un’allegria e magnificenza (quasi trionfale) davvero unica, eppure è a mio avviso possibile scandagliarne il carico di tristezza sin dal primissimo verbo che apre il testo: “ho inventato”. “L’indomani”, che sul primo livello interpretativo può sembrare (anche a ragione) la canzone della speranza e della leggerezza come “piacere figlio di affanno”, la canzone utile a delineare – compito che in effetti assolve – un futuro possibile, sullo strascico della lezione calviniana già appresa ed esplicata in “Città invisibili”, in realtà è, andando più a fondo, tutta una grande illusione ottica, un gioco visivo che l’autore lascia giocare alla forza sconfinata ma tragica della sua potenza immaginifica. Tutto ciò che di positivo viene enumerato nel brano – “un’isola per noi” piena di gatti, senza radio né TV, di cui innatamente si conosce già la strada, e quella domenica in cui “potremo riposare” dopo essere passati dal barbiere – è, suggerisce Bonaveri proprio tramite quel verbo in apertura, tutta un’invenzione, qualcosa che nel reale non esiste davvero e che solo il troppo dolore e l’accettazione della sconfitta (assunto cardine per innescare, secondo Germano, una inconsapevole rivolta che forse proprio in quel domani, se avrà successo, potrà diventare rivoluzione, ovvero cambiamento radicale non provvisorio) possono procurare, come re-azione spontanea e inconscia alla paura e alla sofferenza, quasi un cane che si lecca la ferita per disinfettarla. Chi la ascolta può quindi sentirsi finalmente libero e svincolato da ogni male grazie al giro di accordi felice della canzone ma può anche terrorizzarsi a seguito di questa crudele presa di coscienza. Persino quel “noi” che ricorre spesso nella canzone in realtà assume una connotazione privata, non è il noi in cui tutta una collettività si può identificare ma è un pronome – e mai questo aggettivo fu più esplicativo – “personale”, cioè valido all’interno della dimensione “io e te” dove due individui si incontrano e collaborano amandosi semplicemente perché hanno deciso volontariamente e consapevolmente di farlo, andando contro una serie di prevaricazioni.
“L’indomani” è inoltre l’inno ad una resistenza impiegata nella ricerca delle persone e del loro buono andando oltre gli schemi d’appartenenza e abbracciando quanto più possibile il proprio prossimo, in un cortile dove “sorridono i bambini” e “rifioriscono le viole”. Non è infatti un caso che nel pezzo rimbombino alcuni moniti come “mai più qui” e “non permettere mai”. Quegli avvertimenti servono appunto a “ricordare di ricordare” e non dimenticare quello che è stato, ciò che è accaduto qui, dove quel qui ha lo stesso valore spiegato nell’analisi di “Sobibor”. Solo avendo memoria degli orrori passati – un ricordo però spogliato della pesantezza del vivere che a volte riserva – si eviterà di permettere che quegli stessi orrori si ripetano. Batterie, pianoforte e chitarre si uniscono, questa volta, a donare al meglio quella sensazione di “sconfitto trionfo” che ricorda tanto le righe de “Il treno ha fischiato” di Pirandello, dove uno sconfitto si rende conto di essere sconfitto e, beandosi della sua situazione, colora la sua vita con la felicità, seppur apparendo pazzo agli occhi degli altri (tutto torna: sulla copia fisica del disco è incisa la frase “quelli che ballavano venivano visti come pazzi da quelli che non ascoltavano la musica” di Nietzsche).
Seguono due canzoni estranee alla struttura originale concepita dall’autore della Staffetta, ma che sono state aggiunte in seguito: trattasi di “Alekos” e “Ricordi di figlio”. Benché – come si è detto – entrambe non rientrino nella primaria organizzazione del disco, la prima si inquadra perfettamente nel concept di resistenza “oggi come allora”, eutanasia e accettazione della sconfitta; lo stesso non si può dire (o si può solo parzialmente) della seconda.
Ecco perché: “Alekos”, com’è facile intuire, parla del politico e rivoluzionario greco (nonché poeta) Alexandros Panagulis, che aveva come soprannome il titolo del brano. La prospettiva con cui il cantautore decide di sviluppare la canzone è quella nella prima persona di Panagulis già morto e promosso a eroe. Il protagonista, durante tutto il corso della canzone, non fa che lamentarsi del freddo che fa “nel cielo degli eroi”, appunto, e da quel cielo guarda svolgersi gli avvenimenti attuali del nostro pianeta. Un cielo gelido, il suo, proprio perché costruito da coloro che, vivente l’eroe, lo condannano e giustiziano, e una volta morto, fanno sì che egli sublimi, commettendo un’ingiustizia tra le più gravi. Quello che Alekos compie dall’alto del suo cielo dal freddo pungente è un’invettiva violenta e animata contro un popolo bue composto da utili idioti, che legittimano e facilitano la scalata verso il potere ai tiranni di oggi, che niente hanno di diverso rispetto ai colonnelli dell’epoca di Panagulis se non l’essere più celati e subdoli nella gestione del loro impero. L’invettiva è preceduta da alcuni consigli che hanno lo stesso tono di quelli presenti in “L’indomani”, gli stessi che forse quando lui era in vita non furono ascoltati a dovere dalle persone che lo circondavano. “La tua libertà è decidere che puoi”, dichiara solennemente Alekos, ricordando quella che è la prima vera dote del vero rivoluzionario: l’azione pura e priva di esitazioni, guidata da un grande amore verso l’umanità (e si mandino a memoria le parole di Che Guevara) e non da altre cose come vuote ideologie di facciata. Notevole che l’atto del “potere” per Alekos – e quindi per Bonaveri – richiede una previa decisione, di conseguenza un affrancarsi scientemente dalle logiche autoconclusive delle sovrastrutture dominanti che avviene prima ancora dell’azione stessa. Questa è la vera libertà di colui che è rivoluzionario, una libertà che adesso nessuno è più nelle condizioni di possedere. L’altro consiglio è “resta accanto a me fino a domani / e ti racconterò di quello che è successo / ti dimostrerò che capita anche adesso”. Questi versi incredibili ed emozionanti non solo ammiccano alla teoria dell’inesistenza del tempo e dell’eterno presente (ciò che è capitato accade ancora semplicemente perché “tutto accade adesso”) ma è un’espressione iconica del valore semantico di tutto il disco: ancora una volta, cambiano i modi ma non i contenuti dell’oppressione.
Per il resto, la grande invettiva contro una massa indistinta di popolazione obnubilata si consuma: un lessico che fa costante riferimento allo sporco (“bocche lerce come fogne imbrattano come sterco sulla via”) ritrae le brutture nelle quali siamo sommersi a causa di uomini incapaci che “fanno a pezzi la nazione”, con una scrittura scarna ma efficace che contraddistingue il cantautore bolognese che, alla fine della canzone, fa dire al politico greco che persino il suo freddissimo cielo “è più mite che da voi”, nel senso che dove si trova lui ora si sta anche meglio che in questo mondo putrefatto. Il pezzo chiosa, immancabilmente, con la meravigliosa recitazione – da parte di Bonaveri – di “Tempo di collera”, poesia scritta proprio da Alekos, in cui appunto si grida l’odio tenace e aspro contro delle tombe che camminano, assassine del loro stesso pensiero, quei manichini antropomorfi che sono “le scuse viventi di ogni tirannia”, come di sopra è stato detto. Alekos, i tiranni, li odia tanto quanto ha nausea di loro, perché in fondo è solo nostra la colpa della nostra rovina, noi abbiamo scelto di non migliorare da settant’anni fa a ora, noi abbiamo scelto di votare i nostri carnefici, noi abbiamo deciso di farci annebbiare la mente e noi abbiamo scelto di ignorare, dopo aver ucciso chi avrebbe potuto salvarci, il vero volto degli assassini, che dietro maschere di pseudo-politica, ancora perpetrano un’occlusione senza pari sul nostro vivere. Al solito, un pianoforte disteso ma tenace aggroviglia la canzone, cantando assieme ad Alekos il suo sdegno.
Alla fine di tutto, per ultima traccia dopo tutti i sentimenti contrastanti della “Staffetta”, dopo i lamenti e i sussurri di un disco che è paragonabile a un pellerossa che infilza la lama più a fondo nel cuore dell’animale morente e condannato, resosi ormai conto della sua ineluttabile sorte, e che decide ora di porre fine alle sue sofferenze, dopo questo universo impregnato d’arte musicale e verbale, c’è la bonus track “Ricordi di figlio”.
Chi conosce Bonaveri sa che questa canzone va collegata alla “Lettera al figlio” di “Città invisibili”, in cui era un padre immaginato a parlare a un figlio mai avuto. Ebbene, qui le cose si invertono ed è Bonaveri stesso a rivolgersi al suo ormai defunto padre. E’ sì vero che, come ho già asserito, la canzone si riallaccia solo parzialmente a tutto ciò che il disco ha saputo proporre a livello intellettuale e artistico; non resta quindi che sviscerare quali sono queste parzialità. In questo caso la traccia è veramente ridotta alla sua primigenia essenzialità: un brano quasi interamente chitarra e voce in cui l’autore si rivolge direttamente al padre spinto dalla sola immaginazione, suo “vizio antico”. Lungi ovviamente dall’ottener risposta, “Ricordi di figlio” è un brano naif che, ungarettianamente, rinuncia ad arrangiamenti corposi e massicci a favore di un più ravvicinato contatto col sentire primordiale, vale a dire una “corrispondenza di amorosi sensi” (per dirla alla Foscolo) strettissima con il rimpianto per tutto ciò che non è stato detto per orgoglio al proprio genitore ma anche con la benigna nostalgia e il profondo e naturale affetto, il tutto filtrato da una bellissima metafora sulla vita, che è aggrapparsi e chi si vuole bene nella speranza di riuscire a guadare il fiume dell’esistenza.
Con la chitarra di Antonello D’Urso intonata su un sol si chiude questo mirabile lavoro di canzone italiana. Germano Bonaveri è sempre stato un autore operativo sui quattro livelli interpretativi di dantesca memoria (nel caso del padre della letteratura italiana, “letterale”, “allegorico”, “morale” e “anagogico”) ed è pertanto normale che un singolo osservatore dei suoi quadri sonori tralasci qualche particolare, un dettaglio o un’ennesima sfaccettatura di una canzone. Questo vale anche per la “Staffetta”, per la quale il mio punto di vista è assolutamente e naturalmente limitato in quanto mio, ed il bello è proprio che ognuno potrebbe e saprebbe aggiungere qualcosa di nuovo all’esegesi di questo disco e altri come lui.
In definitiva, termino questo scritto col mio consiglio più vivace di ascoltare e assorbire quell’album meraviglioso e mastodontico che è “La Staffetta”, con la speranza di avergli reso a parole quello che il disco fornisce con la musica e di aver fatto, anche se nel mio piccolo, la mia parte per unirmi con Germano a resistere a questa società obliterante per l’arte e alienante per tutti coloro che desiderano riappropriarsi della propria dignità.

Vanni Spinelli

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