Il mio lavoro

E' tardi, come sempre in ufficio qualcosa e' andato storto e come sempre e' toccato a me arginare falle: telefonate dell'ultimo minuto come dita ficcate nelle fessurazioni di una diga fallata. Cedera', cedera'...

Menzogne, adulazioni palesemente malsincere talmente collaudate da passare per vere, talmente logore dall'uso da poter essere ciclostilate e faxate preventivamente per sperare che alla nostra azienda-dromedario sia sufficiente una buona schienata di cazzate per attraversare il deserto economico nel quale navighiamo. Anche stasera e' andata. Da buon ipocrita, ho sempre speso parole di biasimo verso la non-rettitudine, verso la falsita' quasi a suggellare un massonico accordo di non belligeranza con i miei interlocutori: "non ne racconto a te, salvo necessita' estrema, e tu non ne racconti a me", e via a crederci, o fingere di farlo. Il mio lavoro in fondo e' fatto cosi'. La sera svesto i panni del fedele paladino aziendale, dell'eroico sparring-partner disposto a tutto per far brillare sulla panza del campione la cintura di latta del vincente e rientro verso casa a raccontare che tutto e' andato bene, che l'azienda ed il lavoro hanno trovato un maestrale tenace a gonfiare le vele, che i colleghi mi ammirano, e cosi' via. Queste pero' non sono bugie...sono necessita', e' la mia scelta di soffrire il non-sfogo per non passare la palla pesante della consapevolezza alla mia amata, la scelta precisa di ardere dentro, di non scardinare il mio malessere. Stasera piove d'una pioggia trasversale e sottile che indifferente al mio Barbour gioca a solleticarmi la nuca, ho freddo, cazzo, e l'autobus come sempre tarda ad arrivare. L'attimo e' surreale: i fari delle poche auto in lontananza paiono stingere sullo specchio d'asfalto come fossero candele di cera mentre un fiumetto da marciapiede batte pochi metri di viale per lasciarsi poi ingoiare da una gorgheggiante fogna... non so piu' se quelle foglie abbandonate fossero del primo o della seconda. Non so piu' a chi appartengo. C'e' un uomo avvolto in un gabardin che viene verso di me. Quantomeno la sua strada passa di qui. Si avvicina, discreto e sorridente:"ha da accendere?" Apro leggermente il Barbour, rovisto nella tasca interna. Un bagliore, e mentre cado lo sento insinuare una mano nervosa nella tasca posteriore dei pantaloni, sfila il portafoglio e se ne va di corsa. Mi ha mentito, ed io a lui, maestro della falsita' capace di farlo senza proferir parola: i soldi li tengo nel gilet, ben arrotolati. La lama ha aperto una ferita non so dove, non so come: scopro che la vita se ne sta andando guardando con gli occhi lucidi quel torrentello ricamato che rosseggia densamente prima di scomparire.

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