Inconcepibile

Il mio maestro stava sulla spiaggia, le spalle rivolte alle montagne. Di fronte a lui l'oceano ed il sole, onde di risacca schiumose incolori per l'impossibilita' di fissarle mentre si stagliavano contro il rosso tramonto. La piccola figura gibbosa era accovacciata appena al di qua del bagnasciuga e l'osservavo silenzioso compiere gesti altalenanti con il braccio destro. Non riuscivo a capire bene cosa stesse facendo poiche' mi tenevo ad una distanza sufficiente a non svelare la mia presenza. Rimasi ad osservarlo per diversi minuti mentre proseguiva nello strano rituale che senza la minima alterazione andava portando avanti.

Siccome l'aria rinfrescava e cominciavo ad accusare noia, presi il coraggio a due mani e mi decisi a disturbarlo. Mi avvicinai. Giunsi al suo fianco, mi sedetti alla sua sinistra. Nulla sposto' la sua attenzione, tranne la mia voce :* Maestro, che stai facendo?* *Aspetto che cessi di cadere* In effetti, mi resi conto osservandolo da vicino che tutto quel suo lento gesticolare consisteva nel raccogliere una manciata di sabbia finissima e lasciarlo ricadere, osservandolo con devozione attenta. Rimasi a fissarlo incuriosito per altri infiniti minuti, poi cedetti all'insofferenza del mio silenzio: *Maestro, e' impossibile* *Non e' impossibile. E' inconcepibile per la tua mente* La sua voce era la solita, bassa e serena, ed il lento aprire e chiudere delle sue labbra che percepivo ascoltandolo fu l'unica variazione apprezzabile al rito. Ero un poco preoccupato: presto avrebbe fatto notte e la sua eta' male avrebbe sopportato l'umido gelo che le tenebre posano sul mare all'imbrunire su queste isole, avrei voluto chiedergli di rientrare alla capanna ma mi sembro' irriverente verso la sua volonta' e dedizione sincera. Decisi di aspettare con lui. Mi accorsi di stare giochicchiando anche io con una manciata di sabbia che lasciavo scorrere da una mano all'altra, ed osservai che qualche granello sfuggiva al gioco ogni volta. Presto la clessidra si sarebbe svuotata. Presto avrei centellinato il nulla. Forse, quando la quantita' fosse stata commisurata al mio palmo, avrei potuto continuare all'infinito: si trattava solo di aspettare che non vi fosse eccedenza, attendere che mi adeguassi, o la sabbia si adeguasse a me. Ad ogni passaggio, in effetti, sublimavo cio' che restava, ad ogni ciclo il flusso si mostrava piu' costante, segno di equita'. Lui, intanto, procedeva impassibile. Aveva una folta barba bianchissima, piu' bianca della spiaggia: arruffata sulle guance e fluente dal mento come un ghiacciaio. Non avevo mai visto un ghiacciaio. Me lo aveva mostrato lui, me lo aveva raccontato e fatto vivere in una giornata caldissima, con il sole a picco sul mondo... ricordo che riuscii persino a provare freddo. Alle volte la percezione giunge come supremo gesto d'amore e di fiducia, e ti lasci sopraffare dall'ineffabile. Quel giorno fui gelo. Mi sentivo scavato e percorso da correnti sotterranee d'un intenso blu fluido, sdraiato proprio al centro di una millenaria gola alpina. Immensamente lento nella mia evoluzione, percepivo la profonda importanza di ogni mio millimetrico incedere per consumarmi, per donare parte di me ad un filo d'acqua, torrente in potenza. Sul mio fondo, nel letto antico, tracce di un immemore passato che ogni tanto, per processo naturale, andavo rigettando: conchiglie fossili d'un oceano inquieto, carcasse di animali affamati da lunghi inverni, marmi purissimi per sedimentazione e compressione, masticati dalla pesantezza. Mi aiutava a percepirmi. Quindi a capire. Si nascose a me quando capi' d'essere vecchio, fuori da ogni luogo e fuoriluogo ovunque. Lo spiavo sempre meditabondo cercare oltre la linea d'orizzonte la profondita' del cielo, quasi a captare vibrazioni inespugnabili. Quella serata oceanica a rimescolar sabbie mi era apparsa come la sua solita, quotidiana pazzia sempre nuova ed imprevedibile. Lo osservavo silenzioso mentre ad occhi chiusi, appena rischiarato dall'alone roseo dell'astro al tramonto oramai immerso nel blu sconfinato, continuava a lasciare fluire polveri. Povero vecchio, illuso di se' ed illuso in me, sedutop sui suoi pensieri a gambe incrociate, inamovibile come una tartaruga morta dal possente carapace. Poco prima che crollasse in un sonno profondo di debole eta', una lacrima gli segno' il volto. Non so dire, ma ebbi la percezione che, in modo assolutamente inconcepibile, una piccola particella di spiaggia fosse rimasta fluttuante tra la mano e il mondo, portata via da un alito di vento.

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