Ospedale

18/10/99 Ospedale Nuovo quasi civile di Imola. ore 08.45 La noia

Sto. Come una zattera abbandonata all'onda sopito, galleggiando su una sedia in similpelle di veglie al capezzale di sofferenze ortopediche. Di fronte a me, il letto vuoto. Bianco , d'un bianco opalescente amplificato dal neon, è lì che aspetta me. Un lungo tubolare cromato lo sovrasta, ed a questo, impiccato ad un gancio sovradimensionato per lo scopo, la gabbietta per le flebo, per la guerra al dolore.

Fuori, rumori ovattati di passi trepidanti, infiniti avanti/indietro rivolti al cielo, a qualche Dio cui lasciare la responsabilità delle prossime ore. Ogni tanto, un gemito. Sommesso, stordito da prodigi chimici provvidenziali, un surrogato della bontà divina. I minuti si inseguono tamburellando sul tavolo, gli occhi persi nel nulla. Uno si alza, e se ne va. L'altro arriva pieno di entusiasmo, che conserva per alcuni secondi, fino all'attimo subitaneo della presa di coscienza. Stanchi, impazienti. Sono i minuti dell'ospedale, quelli sempre troppi, sempre temuti, quelli che nessuno vorrebbe evocare nominandoli. La signora delle pulizie entra, mi sorride automatica con una protesi che sembra una cartucciera da 32 colpi. Brillante della sua ceramica, lava via zelante il detersivo di ieri. Per la prima volta entra in gioco il letto: appoggio ad esso le gambe mentre l'aria si appesta di varichina, dal basso verso l'alto, seguendo le traettorie della speranza. Mentre scrivo, (intendo ora, adesso, qui) mi sbircio le mani, in secondo piano rispetto alla discontinuità dell'inchiostro innamorato più della cellulosa che della sferica metallurgia d'una Papermate. Sono mani pulite, proporzionate, forti. Le unghie portano da sempre i segni della solitudine sulla schiena e sui bordi mangiucchiati. " Ah, sì , buongiorno. Va bene il destro? " Allora si comincia: il primo intruso in me è l'ago che una infermiera spinge nel mio fluire. Tre provette, tre etichette, tre numeri uguali. Sono io. Nella triade di vetroadesivomatematica si risolve l'equazione uomo. Per decantazione mi valuteranno, per centrifuga risaliranno a me. Non riesco a leggere, ma le cifre sono tante. Sono un bel numero? Voglio dire, se lo conoscessi riuscirei a leggervi chi sono? Nove cifre ed uno zero. Codici genetici indecifrabili casualmente aggregati, anime prigioniere nei lager dell'umanità, estrazioni fantastiche della lotteria del benessere. Numeri, ovunque. Un segmento da oggi lega a me questo numero, un cordone ombelicale biunivoco: io sono lui, lui è me. Quando io non sarò più, lui continuerà ad esistere relegato e dimenticato in qualche archivio di numeri uguali, un ossario della memoria. Il mio compagno di cella , si è svegliato. Alla buon'ora. " Buongiorno " < > " Salve, lei è il nuovo inquilino?" Glisso con un sì sui generis, e lui prende a raccontarmi tutta la storia della sua disavventura. Quasi un'ora, nella quale ripongo la penna alla destra del quaderno , ora posato sul letto ( sta diventando protagonista, in un crescendo che culminerà col mio dolore). Dopo 60 interminabili minuti di enfatica descrizione, la mia mente elabora un plausibile titolo di giornale tutto per lui: " Cacciatore scivola in un bosco provinciale: spalla lussata "... tutto qui, penso. E' entrato ieri pomeriggio, tra mezz'ora andrà a casa. Guarigioni e cure usa e getta, un lampo di energia cinetica nella lentezza chirurgica di un bisturi. Un din don elettronico concentra l'attenzione di tutti: i medici sono in visita. Quattro camici bianchi e freddi accompagnano mani e facce genericamente distratte. Ogni tanto sorridono per inforderti sicurezza, ma quando taciturni frappongono la tua radiografia tra te e il neon, allora sì che capisci che non sei nulla. In quell'attimo , in quel preciso istante, si annulleranno tutte le tue forze ed il tuo prefabbricato coraggio, le smorfie tese del tuo volto fintamente allegro perde vigore, si rilassa ed un senso di vuoto assoluto riempie ingombrante il tuo stomaco," Ah, allora....sì ,ti facciamo domani." (...ti *facciamo*?) E con questo? Voglio dire...tutto qui? Li osservo basito uscire, mentre quello in coda al gruppo chiede chi sia il prossimo e la caposala spinge il classificatore a ruote. Bene. Bravi. Posso uscire e fumare. La sala d'aspetto tutto sommato è accogliente: c'è la tv, c'è il portacenere, quattro tavoli,dodici seggiole quasi comode. Ah, ci sono anche due anime. Una donna, sulla quarantina, vestita con cura e forse anche bella, mi assale con onde sonore stridenti accentate nordiche. Aspetta da stamattina presto la camera, il posto letto. L'altro un ragazzo sui vent'anni, magro come un grido, fuma una marlboro con l'aria di chi sa già tutto della vita. Penso che sia proprio così. Penso che sappia già, e tra dieci anni rimpiangerà per non essersi dato retta. La signora non demorde. Se fossi altrove, magari in un bistrot, riuscirei forse a prevedere sviluppi diversi per questa situazione. Indossa qualcosa che non ricorderò e dice cose che non riesco a sentire, il movimento muto delle sue labbra ha in sè qualcosa di volgare, amplificato dalle scrostature di rossetto violento e quasi essicato, il fango bruciato da un sole africano. Noto solo una spilla, troppo brillante per essere preziosa, troppo violenta per valere qualcosa. E' un pavone, pietre colorate occhieggiano incastonate nel metallo e riflettono le luci di questo stanzino. La più bella è blu, un blu d'una profondità infinita, sembra un foro che arriva fino al cuore. Forse è così. La sorte mi regala l'opportunità di estraniarmi quando un uomo sulla cinquantina fà la sua apparizione, elegante e distinto. Tutto sommato, un bell'uomo. Siede di fronte alla donna, che forse interessata all'intruso dimentica l'inconsistenza di un concetto muto. Rapido, abbasso il capo e riafferro la biro. Il ragazzo accende un'altra sigaretta, innescando in me il rinnovarsi del vizio. Mentre scrivo ( e sto scrivendo), sento come quando nei boschi attraversi un tappeto di ginestre trapassando ragnatele invisibili. Quando l'eccesso mi disturba, sollevo rapidamente il capo fissando il quadro alla parete, scatenando il pudore timido della discrezione femminile. Mi sento un po' fuori luogo.. Imbratto carte mentre la stanza si intasa di malattie vissute, di dolori passati, di "figli di", di "nonni di" che muoiono dilaniati da mali che non si osa nominare. Sono le 11. L'unica cosa certa di questa mattinata è il mio neo rosso del prelievo di poco fa, il resto ha un qualcosa di irreale che sembra nascere dalle fantasie di un alcolizzato. Ogni tanto l'impazienza degli astanti riempie l'aria, qualcuno impreca per i tempi lunghi di un ineluttabile destino. Cellulari trillano, uno mi colpisce perchè suona la marsigliese. Sorrido. " Allons enfants de la patrieeee..." Adelante, Siempre. Sarebbe un momento epico, se non lo facesse precipitare la voce che risponde " Sei tu , Peppino?" ad un Peppino che, porca troia, non trova il pannolone. Mamma mia. " Scusate, disturba se fumo? " " Faccia lei, nessun problema, io sto solo aspettando mi diano una camera perchè devo operarmi al menisco, anni fa sono caduta bla bla bla bla.* Bla. Carpe diem. Un'altra voce nel coro. Questa stanza sta diventando troppo piccola per tutti noi, gringos, perciò, data la mia indole pacifica, me ne vado senza scoprire la fondina. Ancora la ragnatela. Sempre lei. Mi alzo, afferro le stampelle. Arrotolo il quaderno intorno alla penna, incastrandolo nella elasticità della tuta. L'effetto protesi è assicurato, mi diverte immaginare l'occhio della signora brillare come in un cartone animato giapponese. " Buongiorno e auguri " di circostanza, a via che piano piano si va. Bar. Caffè. Zucchero. Cucchiaino. In perfetta sequenza, il riassunto del superfluo. Milleseicento lire. Quattrocento di resto. Grazie. Noia. Arrivederci. La grande vetrata dell'atrio mostra, tra manate opache mai pulite, un cielo plumbeo nell'eco di queste alte mura. Avrei sperato di vederlo azzurro, chissà perchè. Lo so perchè. Ma l'azzurro è lontano. Bellissimo. L'azzurro bellissimo solo intuito, annusato da lontano. Nuvole basse grigio ghiaccio spingono da parte l'autunno, abituato all'irruenza improvvisa di un inverno normalmente improvviso. La porta automatica sembra un enorme bocca: ora rigurgita tre corpi, ora ne vomita due. Tutto automatico. Ho le maniche corte, il mio vestimento è ancora estivo, prudente in altri momenti dell'anno ma decisamente azzardato ora che le brume avvolgono cose e persone. Cerco di riempire le percezioni ampie che mi presta il cielo per conservarle nei prossimi giorni, quando il dolore dipenderà da una dose di morfina. Controllo il mio cellulare. Maledizione. La linea c'è. Qui si riceve. Ma nessuno chiama. Sorrido ad un bimborimorchiato da una mamma in apprensione dal passo svelto che insiste nell'osservare questo strano essere scarsamente umano con quattro gambe. Anzi due, ma con due braccia talmente lunghe da toccare terra. Credo mi veda come una specie di marziano. Che ci vuoi fare, piccolo mio...siamo fatti così. Fragili, brevi, irrilevanti. Ci aggiustiamo male rompendoci bene, anni in cambio di un attimo. Barcolliamo per lunghi anni grazie ad un colpevole minuto incosciente, incoscienti di noi stessi. Mi sorride anche lui. Grazie. Presto sarai uomo, e capirari perchè provo riconoscenza. " Perchè a vent'anni è tutto ancora intero, perchè a vent'anni è tutto o chi lo sa..." (ESKIMO. F.GUCCINI.) Caspita. E' proprio vero. La fregatura è che quella canzone l'ascoltavo a 13 anni, già mi faceva male. Era mai possibile, mi chiedevo. che vent'anni io li avessi avuti due anni prima? E riavvolgevo il nastro, per tentare di capire. GUCCINI. ESKIMO. Nostalgia. Di cosa? Di tante cose. Del non vissuto, del lontano,delle cose dette, di quelle che vorresti dire... Anche di quelle che non vuoi sentire. Persone ovunque, un formicaio immenso che nessuno ha ancora calpestato. Brulicante di anime indaffarate,concentrate, "provettate". Ogni tanto ci sfioriamo, raramente ci parliamo, quasi mai ci viviamo. Ma quando succede, quando la casualità realizza il possibile, allora le formiche chinano il capo. Molte di loro incredule, altre semplicemente invidiose, distolgono lo sguardo dalle bellezze dolorose della vita. Diamoci una chance. Io sono inconcepibile, ma esisto. Sento di esserci, e non porterò a suffragio il mio camminare, lavorare, guadagnare, spendere. La prova è qui e ora. Percepisco. Scavalco montagne a tre punte con un solo balzo della fantasia, mi tuffo nell'azzurro di un lago che forse non vedrò mai. E' quell'azzurro. Quello di quel cielo che un muro di nubi vietano al mio sguardo, nubi leggere ed impalpabili, sì, ma troppe. Siamo in balia delle correnti, del vento. Talvolta un maestrale arriva gentile e schiarisce l'orizzonte, ci fà vedere cosa c'è oltre il limite delle foschie. A noi scegliere. Sempre troppo tardi, o troppo presto, inanelliamo ipotesi d'alternativa per sedare la coscienza, dimenticando la linea lontana che separa il sottile dallo spesso. Figli del vento, che ci tenta e ci sospinge quando il battito d'ali di una farfalla scatena un uragano. Nessun campanile quaggiù scandisce le 12 in punto, forse perchè si è scelto di rispettare il tempo di ciascuno; ho fame, sono digiuno da ieri. Bar. Caffè? No, grazie. "Vorrei un panino". "Guardi perchè non prende un francesino?" "Sì, ecco, un francesino" (solo francesini dentro l'espositore), "magari con la mortadella". "Stavo per consigliarglielo io, è il migliore!". "(Sorrido) grazie mille" (Penso: Bionda, se dicevo al salame che dicevi? Guardi al salame proprio non glielo do: fà veramente schifo!?). Quattromila e nove. A lei cento lire. Come le quattrocento di prima fanno peso superfluo nel mio marsupio, perciò sacrifico tutto quell'acciaio, una banconota da mille lire e ne ricavo un pacchetto di caramelle. "Tenga il panino!" "Guardi ho le mani impegnate dalle stampelle...avrebbe un sacchetto?" "Certo, mi scusi (sorriso)". Sacchetto tra i denti, guadagno una sedia. Otto morsi. Il panino dura esattamente otto morsi. Anzi sette e un boccone, giacchè l'ultimo è un inghiottire, non un incidere. Era orrendo. Pane di venerdì e fette di mortadella tagliate con parsimoniosa precisione. Il pane cede alla pressione delle mie fauci con un "croc" esplosivo, in mille brociole che si disperdono ovunque. Vaffanculo... Si accende nella mia testa, come un neon da grande magazzino mentre enzimi si organizzano dentro di me per aggredire l'amido. A lei, ai suoi panini, alle flebo...a me, così fragile da sembrare vetro. Penso a domani, alla sala rianimazione, ai suoni lontani, al dolore senza memoria, alienato dai postumi di 180 minuti di anestesia.Avverto già il freddo del mio corpo nudo, infilato nel letto come una lettera d'amore in una busta mai spedita, dimenticata su una scrivania tra biglietti di auguri e fatture da pagare. Quanto dolore. Massì! che venga presto, e passi prima. Ogni volta mi riprometto di prestargli la massima attenzione, di carezzarlo, osservarlo, capirlo. Sinceramente motivato a sopportare, cado vittima della spirale dell'insofferenza e della paura. So di avere sofferto. Se percorro il mio corpo con il pensiero, scopro tante cicatrici ognuna con una sua storia, un suo momento. Ma il dolore, quello, non so che c'è stato, ricordo lacrime e contrazioni , grida e suppliche...ricordo gli effetti non la causa. Forse è colpa delll'intensità. Come un orgasmo. Dolore puro. Così sarà domani: dolore che distende un carminio tappeto sul quale, serafico e trionfante, prima o poi, farà il suo ingresso il piacere. Osannato, ammirato...irriverente verso quel suo devoto ed umile servo che sacrifica il suo ego immolandolo all'altare del giudizio umano. 12.20. Noia.Calma piatta. Estate afosa disidratati in pieno Oceano Pacifico, su due assi di legno. Sudore e sale. "Sto morendo di sete". E sotto i tuoi piedi l'Oceano. Se solo il tuo corpo imparasse a tollerare, se solo sapessi filtrare, non staresti qui a morire. Ti tufferesti nell'azzurro, e vivresti di nuovo. Ma hai paura del sale. Forse degli squali, anche di loro sì. Ma l'ultimo squalo, quello che ha divorato la tua vita, è morto avvelenato dalla sua stessa rabbia biliosa, affogato nel suo regno. Tu quegli squali li vuoi. Li implori. Dove siete? Mostrate la nera dorsale, sì ch'io possa fuggire ancora!! Eppure l'Oceano è liscio, come un infinito tavolo da biliardo. Morirai di sete. Noia. Paura? sì grazie magari. Finita!... mi spiace. Solo noia. Potrei contare i secondi, sezionarli mentalmente come un medico in carriera, tentare poi di ricomporli per ritrovarli ancora abbracciati a formare minuti, ore, giorni. Miliardi di secondi. Ognuno una cellula di un immenso organismo in rinnovamento continuo, sempre uguale a sè stesso per potenziale ma differente per chimica e memoria. Rientro. Verso il reparto. "Lei non ha mangiato?" "Sì, un panino, grazie". L'ausiliaria scossa la testa mugugnando qualcosa, Le sorrido. In camera il mio collega sta intrattenendo uno stuolo di parenti che parlano beatamente cercando spiragli di umorismo perchè quel povero cristo deve ridere, deve assolutamente ridere, per liberare gli altri della visione del disturbo. Della noia. Decido allora di andare, mio malgrado, in saletta d'attesa. Le stesse facce, ma adesso sono tutti annichiliti dalle grida di dolore di una donna che in una camera attigua urla disperata. La donna dal rossetto di gesso è pallida, tesa. Brilla persino la pietra blu. La paura l'ha resa umana. Sospira, poi "Poverina" (che significa, per che l'avesse ascoltata e vista: "Meglio te, che me"). Gelo. Totale. Sembra come quando , guidando da Wheil am Rhein a Friburgo, in gennaio, costeggiai la foresta nera tenendola sulla sinistra. Scheletri gelidi di alberi, quasi fossili di un' altra era, protendono al cielo rami nodosi. Il tronco, rugoso, sembra costretto in un eterno e muto gemito. Accanto a loro, su una statale tortuosa d'asfalto grigio, l'indifferenza delle auto che sfrecciavano sfiorandoli. Io quel giorno mi sono fermato. Ho parcheggiato in una rientranza, quasi un'isola in quel mare di legno e licheni, con la faccia arrossata da un freddo secco e pungente. La foresta nera. Mai nome fu più indovinato. L'unica consistenza ovattata dal mio fiato caldo, reso reale dal freddo, si muoveva verticale in quella giornata senza vento. Straniero tra stranieri, inconsapevole di una lingua ruvida e stridente, trovavo là il senso di quel paesaggio. Ci sfioriamo. Sempre disattenti. "Mi fa 20 marchi di Super? sa, devo andare a Friburgo. Intanto loro sono là, imprigionati. Ore 13.00. Mi devono fare una TAC. Tomografia Assiale Computerizzata. Tranquilli, per ora nessun tumore. TAC all'astragalo. Cos'è? Un osso, posto come avamposto tra tibia-perone e calcagno, credo. Il mio, quello malato, è nel piede destro. Mentre scrivo, un grido netto, prolungato (Forse 30 secondi) strazia la corsia. Coraggio amico. Non ti dirò che passerà, nè che devi essere forte. Cerca di farcela. Sei solo, inesorabilmente solo. Tu e le grida. TAC, dicevo. Non so cos'è e non voglio neppure saperlo, dal momento che tra poco si svelerà l'arcano. Non che non ne abbia un'idea, seppur vaga, ma metodi, tempi, rischi, vantaggi...che ne so ... Sono un po' stanco. Inoltre ho freddo dentro: sarà paura? Troppo presto. La paura ha ragion d'essere nell'attimo, dopo muore insieme alla sorpresa, abbracciata a questa in un disperato gesto d'amore. Un camice verde intenso attraverso la porzione di corridoio che la porta aperta non nasconde allo sguardo. Il primario. E' passato come una interferenza radio su un monitor. Ho certezza che sia lui perchè subito accodati, ad un paio di metri, un piccolo gruppetto in processione ammiccante ed intento con discrezione a fare notare a tutti che lui, sì, è il più bravo. L'importante è che il Sig. Primario senta. Stoico, generoso, onnipotente, neppure si volta. Voltarsi significherebbe porgere il volto allo schiaffeggiante chiacchiericcio di sicari familiari che pretendono miracoli. Ognuno di loro con la pretesa di essere un caso, ognuno di noi certo della propria essenza smarrito e disperato nel non riuscire a ricordare il proprio numero. Qui, amici miei, non siamo nessuno. Fuori? Neppure. E' il potere. Nulla in mano a nessuno. Ma quando soli, nella stanza buia in attesa del sogno, scopriamo di avere sentimenti modesti e disperati, amori impossibili e carnalità d'erotismo dolce, quando una lacrima sfuma il soffitto ed un sorriso disegna 2 rughe nelle nostre guance, allora sì. Sì, siamo il tutto che esplode dentro sè stesso. Quando posso tuffarmi nelle pupille di questa Tua anima azzurra, ingenua, quando rotolo nel verde smeraldo di una primavera vivace e tutto tace, in quei momenti sono una certezza. L'inconcepibile che si afferma, arrivato da chissà quale dimensione spazio-temporale e divenuto vero. Passa la madre di Yuri, un mio collega di lavoro: incidente d'auto, ha l'intestino rotto, sta molto male. "Passa a salutarlo, dopo l'intervento". Sì, certamente. E mi dispiace terribilmente. Ma non glielo dico: annuisco solo con il capo, parlare non serve. Qualsiasi fosse il mio stato, il mio interesse a queste notizie, direi esattamente ciò che ho pensato. Povero Yuri. Oggi ci sei, tra un attimo ti trovi impegnato in una lotta terribile, aggrappandoti disperatamente alla volontà di farcela. Come cercare di spostare una montagna. Resisti, Yuri. Passerà. Non te ne frega nulla, ora, lo so. Ora è adesso, ed è terribile. Ore 13.20 Non passa mai. Ogni tanto ripercorro il tragitto odierno e mi rendo conto che non è successo nulla, che sarebbe bastato un minuto e lasciare che tutto si compisse. Suona il telefono: Imerio. "Siamo un po' preoccupati, sai? "Tranqullo, sarà una sciocchezza (Beh, anch'io)" "Come passa lì?" "Bene" (una noia mortale) "Sei pensieroso? Hai paura?" "No... per ora no" (Sono preso da inquietudine diffusa) "Ciao, Germano, Auguri" "Grazie" (Grazie) Riattacco, e questa giornatamoviola che non passa mai. Ore 23.12 Bene. Niente TAC. Domani non mi opereranno. Questa sera la sala d'aspetto è quasi vuota, restiamo come pupazzi a ciondolare sulle comode sedie. La donna del rossetto crepato è diventata umana, avvolta da una vestaglia rosa che libera solo le mani ed un volto anemico senza contrasti. Insiste con il ricordarci che lei non ha paura, che si sente davvero tranquilla; questa tesi ricorre puntuale ad ogni frase, in ogni ragionamento. (Fatti coraggio, passerà) Sono un po' disadattato, perchè adesso mi sento come intrappolato nei bei ricordi di parti cesarei, cicli irregolari e cose simili: annuisco ogni tanto con l'occhio ebete senza trovare il coraggio di alzarmi e andarmene. L'interlocutrice della signora è una matrona di una sessantina d'anni, con i capelli spettinati intrisi di rassegnazione. Slavata, molliccia nel viso cadente senza espressione. Soffro un po' per lei, credo. E' abituata al male. "Sa, di questi interventi ne ho già fatti 5". Ovviamente il pubblico resta sconfitto, di fronte a tanta sfortuna nessuno azzarda più una lamentela per sorte ria. Penso: "Signora, era una carta vincente, da giocare in chiusura di serata. Adesso lei ha ucciso il momento magico del competere!" (Quando hai un poker servito, rilancia adagio titubando...) Infatti stiamo andando tutti a letto. Non ho detto a dormire, ho detto a letto. Anche l'uomo con il golfino rosso, quello che ogni tanto appare nella saletta galleggiando sulle chiacchiere con cadenza scandita dal raschio secco dell'accendino, se ne va. Tornerà? (Mi ha augurato buona notte) Spengo la TV, facce baffute fortemente morali ordinano all'Olimpo del Teatro di starsene buoni: comincia tu. E ti spengo. Divino. Ho fatto tacere le stupidità. Basta un gesto, la semplice pressione del pulsantino rosso, come un auto-eject d'Apache, e si può uccidere una idea, risparmiare una vittima, scacciare la vacuità. Mi immagino con il telecomando puntato al video mentre una luminosa aurea di onnipotenza rischiara la mia imponente figura, mentre indosso una tutina di Lycra Rossa molto aderente con Mantellina Nera e pantaloncino dello stesso colore. ZAM!! Qualche ritocco mentale alle mie sembianze reali, e mi scopro probabile super-eroe. ZAM!! Tutto finito. Il monitor si chiude su sè stesso dopo un paio di secondi è imploso in un unico, flebile puntino biancastro posto al centro, sembra la luce di una stella morente. Bene. Silenzio, pace, una intera notte davanti a me. Potrei anche improvvisarmi poeta, cercando di sintetizzare con parole d'effetto qualche concetto, qualche didascalica affermazione scevra da ipotesi d'alternativa. Tema: IL SOLE SPLENDE. ( già qualcuno opinerà: mica sempre!) Fidatevi. Splende sempre. Spesso è dietro le nubi, ma splende. Benissimo poeta, facci sognare! Il sole splende facendo capolino nel chiaro mattino velato dalle tende... Lo so. Posso fare meglio. Basterebbe l'idea, l'attimo creativo realistico e tutto sarebbe più naturale e poetico. In effetti, le quattro strofe che ho rovesciato nel quaderno sembrano la fiera dell'ovvietà. Ritmo! ci vuole energia, cadenza, Ritmo! La poesia deve essere una danza d'armonia, una lambada sensuale che fa vibrare i glutei quando silenziosi ancheggiano sulla coscia del partner. Eccitazione, stato di super-io con illazioni bifronte e scabrose, secondo lo schema. Ecco, Bonaveri, scriva cosi'! Faccia cosi' le sue canzoni! Dov'è la metrica? AABBCC, ma basterebbe anche un ABAB, chè non è che da lei ci si possa aspettare miracoli. Eppoi, scusi: Ma lei di che corrente è? A chi si ispira? (Di chi tesse le lodi? chi tenta di copiare?) Nessuno, lasciamo stare i racconti. Scusi, sa, ma secondo lei uno la sera dopo una giornata passata a leccare culi ha bisogno di riflettere sui suoi scazzi? Lei è patetico, amico mio. Si fa troppi problemi. AZIONE! QUI! E ORA! Scriva d'amore! Si rende conto che avrà scritto in tutto 3/4 racconti d'amore? Cazzo. Avevo sempre pensato che i miei fossero TUTTI racconti d'amore. Ah? Quell'amore? Scusi ha ragione. Lei intendeva odio/amore incesto scopami leccando violenza erotismo onanismo... ismo! Già. Ma anche nei miei racconti certe volte c'è la parola cazzo. Non lo trova alternativo? Ore 1.20. Credo sia proprio ora di andarmi a coricare. Domattina mi sveglieranno presto, e neppure ho voglia di poltrire qui dentro. Ore 10.50. Mi sento un po' impacciato. Nella mia nuova camera (Ah, dimenticavo: mi hanno traslocato in una splendita 4 posti, età media dei colleghi 70 anni) le luci sono spente dalle 21.00, per cui con estrema circospezione guadagno il giaciglio ed a memoria ripongo con quasi ordine le mie poche cose: il quaderno, il telefono cellulare (chiamiamolo pure cordone ombelicale col mondo), il portafoglio... Mi svesto, mentre una sensazione di rigor mortis pervade la stanza. Silenzio assoluto, immobilità totale. Al buio l'intera operazione dura circa 20 minuti. 1200 secondi di prudenza, alla fine dei quali un infermiere di turno entra con una torcia da speleologo per chiedere ai degenti se, per caso, stessero bene. Inizia la danza dei pappagalli, delle padelle e delle lamentazioni. Una nottata tranquilla tra orine e flebo. Silenzio rimandato, ancora buio assoluto. Non ho sonno, resto lì e rifletto. Flash, immagini: cieli azzurri, eclissi di sole e presagi di fine millennio. Duemila involuto nell'anno zero. Baricentri. Numeri perfetti di potenza volumetrica. Mi sento, mentre scrivo, una specie di cronista medioevale che non sa miniare alcun documento, ignorante di Aristotile o S.Tommaso e scevro di Latino. Boh, non del tutto! CARPE DIEM.... SOLVE ET COAGULA... SAPERE, AVDERE,OSARE,TACERE....Eh? Non che queste poche nozioni mi appaghino, ma alle volte bastano a sopravvivere. "Signori, tra pochi giorni attraverseremo il confine: dietro di voi potrete osservare la lunga infinita coda sinuosa di quasi due millenni umani, di fronte la superstizione ed il dubbio. A sinistra, il bene. A destra, il male. Classifichiamoci: orsù in fila! Di qua i buoni di là i cattivi: poi, senza incertezze, scambiatevi di posto, affinchè non si faccia confusione. Ma che fa quello? Perchè è sul centro della carreggiata? Amico, o di qua, o di là! "Ma se non so neppure il mio numero, se nemmeno so chi sono, come potrò decidere la mia indole?" Un pazzo illuso di fine millennio, un inutile romantico che non si allinea in questa epoca di contorni netti e definiti. Già lo sapete. E' un po' il ritornello della mia esistenza, arriva dopo ogni strofa per scandire il mio ritmo: nessuna classificazione. Nè bello, nè brutto, nè alto, nè basso, nè bianco, nè nero. Infinite, meravigliose differenze. Puoi notarle, osservarle, apprezzarle tutte. Ma il giudizio no. Differenze. "Allora prego. Può scendere. Non abbiamo tempo da perdere discutendo di questo. Si è sempre fatto così, anzi siamo sempre stati così. Il piccolo autobus si ferma, una sosta fuori programma a meno di cento giorni di marcia. Le porte si aprono con uno Pfffffffff pneumatico ed un essere alieno senza valigia si ritrova sull'asfalto, al centro della strada, le mani lungo i fianchi e lo sguardo sulla linea bianca, falsamente continua. E adesso? Tornare sui propri passi? Verso un paesaggio di suggestione e dogma, corredato da sospetti e proiezioni? Proseguire? Beh, sì. Meglio l'ignoto. Un'alternativa sarebbe un viaggio trasversale, fuori strada, laddove non vi è asfalto nè casello ma erba ed alberi d'alto fusto. "Attenzione, belve feroci". Fraintendere pensando ad una città. Sedersi, e riflettere. Concentrati... TORRENTE SARCA. Ore 6 di una qualsiasi giornata, tanto sto ipotizzando. Canna in grafite, una SAGE da 7 piedi, coda del 6, doppio fuso decentrato. Finale 0,45/0,12 con mosca galleggiante "MARCH BROWN" amo n° 12. Stivali, un panino, una cintura con tasche e poche cose per ogni necessità. Nell'acqua si ipotizzano trote. Pescare a risalire o a scendere la corrente? Ah, sul torrente me la cavo bene. Risalire. Schiuse di effimere non mancheranno, il sole alle spalle facilita lo sguardo. Può essere pericoloso: il torrente punta come un dardo un muro di Dolomite imponente che si lascia ferire in una unica crepa. Beh, nessuna paura. Si va. Pescherò a scendere al ritorno, se ritorno ci sarà. Non desidero e non temo, salgo. Catturo più trote, che libero subito con amore sincero. Grazie. Nessuna di loro, però, una volta libera, mi segue. Diffidenza, paura. Chi sarò mai? Inconcepibile. Ricorda: Inconcepibile perchè talmente ordinario da essere straordinario. Non tornerò indietro. Su fino alla sorgente, per capire come il fiume nasca da un disperato gesto d'amore, da un ghiacciaio temuto che sacrifica ogni giorno un pezzo di sè, confidando nelle nuvole, che talvolta nascondono l'azzurro. Allora via, verso questo nuovo millennio, ma lontano dall'asfalto. Mi incamminerei nudo, per ricordare a chi mi incontrerà che non ho tasche nè tascapani in cui serbare sospetti. Sarebbe troppo facile. Fidarsi della certezza è l'ovvietà inutile di chi ambisce a ciò che ha. Qualcuno mi crederà, pochi sicuramente, ma sarà quando troverò un cielo azzurro. La mattina è trascorsa lenta, tra caffè e visite mediche superficiali che sembrano relegare ad una improvvisazione statica operatoria la risoluzione dei problemi. Sala d'attesa gremita, e televisione accesa. La TV oggi mi fa un po' pena. Sto praticamente parlando da solo, mentre un folla esigua di bercianti umani cerca di comunicare senza dire. Ordinati, circospetti, intenti a dissimulare sull'ansia. Due signore guardano fotografie, credo di un bambino appena nato. Lo intuisco per l'intonazione vocale che danno al costante complimento. Bellissimo! Pronunciato con enfatica voce di bebè. Dopo 32 gridolini ed altrettante immagini ripongono la busta e si alzano, uscendo dal microcinema. Gassman, giovane ed eclettico, fà il Profeta di una pellicola anni '60,piena di figli dei fiori colorati e giocosi, mentre un ragazzo di forse 25 anni legge un DYLAN DOG, stiracchiandosi ogni 10 minuti e sbadigliando copiosamente. Mi piace ipotizzare le loro ipotesi. E' come elevare a potenza la fantasia. Ieri sera la donna del rossetto crepato mi ha dato 20 anni, forse per via della barba rasata di fresco. Oggi mi darebbero almeno cent'anni. Sono decisamente in disparte, le stampelle sulle ginocchia, la sigaretta nella mano sinistra e sto ricurvo sul quaderno. La gamba sinistra depilata, sembro il prototipo di Big Jim. Non alzo quasi mai lo sguardo, le poche volte che capita è per misurare la stanza, percepire i presenti. Credo qualcuno si stia chiedendo cosa stia scrivendo su un quaderno che cresce con me. Lettere d'amore? Tesi di laurea? Autobiografia? Documenti di lavoro? Sento la caposala parlare di me. Forse domani sarà il mio giorno. Speriamo. La permanenza qui è davvero eterna, scandita solo dalle pause pranzo. Fuori oltre le nuvole, un cielo azzurro aspetta. Voglio credere che stia aspettando, voglio sperare che ogni tanto volga lo sguardo a questa piccola anima senza numero. Ho fiducia nei medici. Parleremo di fiducia? Bene. Io mi fido. Di tutti. Non ho motivo di dubitare, perchè non credo nel vantaggio della menzogna. Certo, alle volte può servire per eludere un fastidio, ma la falsità ci spara come proiettili nella solitudine interiore. Io non voglio essere solo. Voglio che il mio essere vada a passeggio con il mio presente mano nella mano, senza che l'uno abbia di che rimpiangere l'altro. Sono cio' che si vede, alle volte quello che si crede di guardare, alle volte quello che si vuole guardare. Ma sono sempre io. Ma perche' non si scelga semplicemente di vedere, non saprei. E' inconcepibile, in questa epoca virtuale di simulazioni e congetture, riporre fiducia in uno sguardo? Chissa'. Io ho scelto di fidarmi. Il bene, , o meglio l'intenzione sincera al bene, basta a se' stessa, il male recato scientemente al prossimo e' gia' castigo in se'. Tu non vuoi farmi del male, perche' io non voglio farne a te. Se ti spaventero', avrai diritto e motivo di fuggire da me. Se sospetti, se dubiti, se temi... segui l'istinto. Per questo le due signore sono andate a sedersi lontano da me? (mentre chino il capo e respiro a fondo...temendo cause ascellari) Servirebbe spiegare loro chi sono? Si puo' spiegare l'evidenza? Giustificarla, intendo.. Si puo' aggiungere significato a cio' che e', che non sia superfluo ed irrilevante? Come raccontero' a tuo figlio un filo d'erba? Un fiore? Posso accompagnarlo nel prato. Se non vorra' guardare, non potra' dire di non riuscire a vedere... Solitamente non si desidera vedere perche' la semplicita' risulta inconcepibile(mi piace questa parola, eh?), e l'inconcepibile (ancora, in crescendo!) non puo' essere accettato. Allora non feriro'. Ma io sono questo, e sono nudo!! Va bene. Saro' quell'altro, forte come roccia e superiore alle sofferenze. Ottimista, allegro,matto come un cric,depresso, problematico, stanco, ferito, immortale. Cosi' la verita' discretamente non rechera' disturbo. Appena vorrai, se vorrai maledizione, apri gli occhi e guarda. Smetti di travestirmi. Sono cresciuto, o forse sono tornato bambino, o lo sono sempre stato. Ho abbandonato la bandiera, il denaro, la lotta per la sopravvivenza se sopravvivere significa prevaricare. Non mi lascio uccidere, ma lo farei se fosse per amore. Fondamentalmente, sono solo. Ma sai una cosa? Mi commuovo sempre. Fondamentalmente, siamo soli. Uno spot televisivo relega al Carmina Burana il compito di creare il pathos della guerra atroce tra Mr.Pulito ed i nemici del Water e se chiudo bene gli occhi posso sentire la grida dei feriti in battaglia. Mr. Pulito e' bellissimo, bianco, muscoloso, sorridente. Aberrante. Sorride mentre uccide. L'atrocita' e' che ridono anche i bimbi, guardandolo. *in fondo e' un cartone animato* (in fondo e' solo un ebreo, disse un nazista un giorno) Uccidi l'ingiusto col sorriso del giusto sul viso... questa cosa mi butta proprio giu'. Legittimazione della ferocia in nome di un pregiudizio...dagli all'untore. Ringrazio l'autista dell'autobus che mi ha fatto scendere prima che Mr. Pulito venisse a mondare il pianeta dalla sozzura. Io con voi, nel duemila non ci vengo. Mi sentite? ...gia'...chevvenefrega. Mentre il tronchetto della felicita' messo li' apposta per prenderci ironicamente per il culo vegeta,i presenti sfilano annoiati verso il bar, tra gorgoglii di stomaco e debolezze pressurizzate. Ho finito le sigarette. Meglio. Mi fara' bene. ...*scusi, ha mica una sigaretta?...grazie, di cuore...* Era una bugia...mi dispiaceva da matti. Ho mentito. Quando mi succede, pero', lo faccio con la determinazione di confessare al piu' presto la mancanza, non voglio stare nel male, non voglio stare male. Posso passare di li', ma non restarci. Ore 11.40 Ebbene si', sono un po' annoiato...come chi del resto sta leggendo questi appunti. Del resto...avevo avvisato: pagina prima...pseudo titolo: la Noia. Ehi...di lassu'...c'e' qualcuno? Ho tre accendini ma nessuna sigaretta. Ho un potenziale di fuoco incredibile, ma nulla che si voglia lasciare accendere. Hanno ragione, perche' il sospetto di finire come sigarette e' forte...una fiammata, poi subito in cenere. La tivu' intrattiene. Il presentatore e' viscido, buonista ed invita a ballare signore di 80 anni sorridendo in camera.(vedi come sono altruista?) Uno sfavillante sorriso ceramico gode della farsa e si pasce del battere impazzito del cuore dell'anziana signora. Che ci crede. Lui tra 10 ore scopera' con qualche effetto speciale disposto a gettare la dignita' per quattro minuti a 20 pollici. Lui soffrira'...nell'attimo, lei sognera'. E le voglio bene. Insegnatemi a sgomitare, giacche' la folla allo stadio vuole vedere e mi perdo sempre lo spettacolo. Ogni tanto esulto, quando intorno a me gridano al gol esulto, ma vivo la partita per percezioni. Ho smesso di andare allo stadio. La verita'? non ci sono mai andato. Prefersico sedere sul marciapiede ad ascoltare un artista di strada, che appende all'oncia d'un flauto traverso il futuro, vicino quanto vicina e' l'ora del pasto. Al semaforo pulisci vetri, ricavandone quattro monete di disprezzo. Ringrazi svogliato(servi a liberare la mia coscienza, ricorda!!), poi il verde del semaforo ti vede balzellare tra lunghe file di automobili fumose. Quando ricevi, ricevi quasi sempre disprezzo.Nemmeno ti guardano negli occhi. Io non mi lascio pulire il vetro, il denaro che ho speso per quest'auto comprende anche il costo di un buon lavatergilunottocondisappannanteliquidoantigelo. Ti daro' una moneta, uno sguardo ed un sorriso. Il metallo suonera' nella tasca ad ogni sussulto, il sorriso ti fara' compagnia almeno per un po'. *Grazie* *Grazie a te, che mi hai aiutato a stare bene*( e chi abbia parlato per primo, non lo sapremo mai) Gia'.C'e' qualcosa pero' che, nell'eco del cuore, rimbomba d'amarezza:quanto egoismo nelo mio gesto? Per chi ho fatto questo?Per te, o per me? Ipocrita. Spesso dimentico di regalare a me un sorriso, di guardarmi bene negli occhi per darmi conforto o condanna. Qualche volta per supplire al dolore cerco di regalare la felicita' agli altri e nutrirmi di nutrizione vampirica. Confesso pero', e permettetelo...ipotizzate per un attimo che sia vero, che cerco di fare sia l'una che l'altra cosa e non pascermi della riconoscenza. Ore 12.35 Ho mangiato. Minestra asciutta con tracce di ragu' (ragout?) ed una fetta di pseudoarrosto. Pera, caffe' al bar. Altre 4 monete in tasca. Mi operano domani. Saro' il numero? Allora...riassumiamo: sono il letto 4, sono il numero 2 del 19/10/99 in ordine di squartamento, possiedo un codice che non ricordo e per qualcuno sono un numero di cellulare.Mica male. Certe volte non so chi sono. Una volta un'illusa mi ha detto che ero unico. Geremia?Germano? Beh, Geremia e' un mio amico, uno che scende giu' in strada a fare ridere,a soddisfare le aspettative.E' quello che *tanto si rialza sempre*, quello che a dispetto di tutti resiste nonostante. Germano, gia', Germano sono io. Quello che *vorreitornassicom'eri*(ma restassi come sei). Quello che scrive, quello che si lascia sospettare. Domani, dicevo, sono il secondo. La griglia di partenza e' gia' definita. Cerchero' di partire bene, l'attimo piu' importante e' la prima curva. I miei meccanici vengono ogni sera, molti (troppi) non sanno neppure cosa sia una gomma pertanto passano il tempo a convincermi (convincersi?) che non forero'. Spero che nessuno semini chiodi. O meglio, dato il mio caso clinico, spero che ne piazzino pochi, ma buoni. Non sapete? Ok, spiego. Femore sinistro. Frattura vecchia, novembre 98. Non consolidata. Verra' estratto il chiodo fascicolare endomidollare Marchetti-Vicenzi per rialesare il femore, inserire il famosissimo chiodo Grosse-Kempf fermato da tre grosse viti. Innesti ossei sulla frattura. Perdero' tanto, ma tanto sangue. Uno, forse due giorni in sala rianimazione. Sara' dolore. Passera'.Stavolta vorrei riuscire ad ascoltarmi. Emozionato? no. Preoccupato? no. Forse domani, sicuramente ieri. Adesso ho solo delle certezze, inevitabili ed ineluttabili cui non voglio sottrarmi. Puo' darsi che Germano abbia paura. Puo' essere che Geremia gli tenga la mano. Gran persona Geremia, del resto glielo dicono tuttitutti, spingendolo sempre piu' lontano, probabilmente indietro. Millenovecentosessantaepiu' anni fa, hanno crocifisso un uomo. Ancora piangiamo per lui, mentre in suo nome altri ne abbiamo uccisi. Evvai, Mr. Pulito! Ma stasera c'e' la semifinale secca di qualche imprtante coppa di calcio, mondovisione satellitare. Dunque c'e' il tifoso che va' nella casa di dio ad accendere un cero, esce, sale in casa e nasconde la catena sotto la cintura prima di andare allo stadio. La vera fede si difende con la forza? Il branco. Tu a chi appartieni? Voglio dire, quale e' la tua bandiera? bene. bruciala. Duemila anni di rimorsi cui non sappiamo rinunciare e disgregati continuiamo a rinnovare il gesto. Armiamoci, che' Gerusalemme non e' libera. E neppure liberata. Ci guidera' Mr Pulito. Ore 13.05 Tutto bene. *Canone di Packelbell*. Armonia, crescendo d'archi imperioso, onde impetuose d'oceani oscuri stagliate contro un cielo finalmente azzurro. Si'. Il cielo di Packelbell e' azzurro, per questo mi fa stare bene. Parte quieto, il canone:un oceano pensoso arrotolato su se' stesso. Lentamente apprende, risalendo il fiume. Esplode come bomba la tempesta, presa di coscienza sublime. Non spegnere il walkman. resisti, accetta il suono. Sono musica. Io sono m.u.s.i.c.a.. E cresco con lei, in un andante mosso crescendo. Quasi assordante, giunge all'apice, poi quiescenza di pace. Consapevolezza. Grazie Pack. Qualcosa mi hai insegnato, forse tutto...qualcosa ho capito. La mia barca e' uscita dalla tempesta, gli alberi divelti, la vela chissa' dove, strappata gravida dal vento ma ancora naviga. Si lascia cullare dal compimento delle cose e davvero questa volta si puo' gridare che io mi sia rialzato, pur non avendo piu' la forza di remare. Adesso manca solo l'azzurro. Di cui ho certezza di esistenza. Ore 13.40 Mio padre e' passato a salutarmi. Vorrebbe dire tante cose, ma sa che so. Percio' mi racconta del suo lavoro, delle analisi che sta facendo dissimulando tensione. Qualcuno attaccherebbe, evidenziando di giallo fosforescente le parole tra le righe. Non serve. So che lui sa. E quando dopo dieci minuti mi da' un buffetto maldestro e perfino troppo violento sulla spalla, dentro di me penso:*pace fatta, non e' successo nulla* Se ne va, curvo nella sua forza antica, a rovistare un pretesto per qualche futuro. Compassione? No, tenerezza. *Vai, vecchio vai.... non temere che avra' una sua ragione ognuno, ed una giustificazione, anche se quale non sapremo mai.* (Van Loon, F.Guccini) La signora si annoia. L'ariosa permanente color blu elettrico (sei una Dark? ...tipa, sei punk?...hai degli spicci?) ondeggia mentre si alza dalla poltroncina per tentare un cambio canale alla tivu'. Orrore negli occhi di tutti. La televisione si spegne. *scusate.... ehmmm... volevo solo cambiare canale* Tutti, anche quelli che non si alzerebbero per raccogliere un centomila da terra, accorrono per soccorrere quel fascio di elettroni addormentato nel tubo catodico. Ancora qualche attimo di panico, e la scatola si rianima, come un fuoco si ravviva dalla cenere mordendo il ceppo. *Beautiful!*... ho da rimettere. Il microcosmo tace mentre Ridge (si'...so come si chiama...e allora?) sussurra per voce di un laconico doppiatore parole dolcissime. Lei piange, ma ripensa all'ultima fellatio. E non quella a Ridge. Lui, d'altro canto, inamidato e serafico sta seguendo da la' dentro la nostra ennesima puntata, *illudiamoci* *Distraetemi, vi prego... Signora, vuol leggere quello che sto scrivendo?* *No grazie...sono troppo vecchia* (Dio, come scoperei con Ridge) Mi distraggo da solo...ce la posso fare. Tensioni palpabili: lui tradisce lei con l'ex di lui, che ama l'altro. Puntata numero xxxx del xy-yz... *scusi...ha chiamato il mio numero? bene, ho vinto un tostapane* Pensi, signora mia...il suo mito, come noi del resto, soffre di umane debolezze. Lo puo' vedere con quattro dita nel naso, in auto, fermo al semaforo... o scorreggiare impunito con soddisfazione nella tromba dell'ascensore, sorridente pensando al malcapitato che salira' da dove lui e' disceso. Triste? Fiumi di sperma ogni notte (e nel pianeta la notte non dorme mai, siamo rotondi e giriamo!) scorrono tra cosce abituate, bocche use al gesto. Milioni di bocche , mani, schiene e glutei danzano la danza del corto circuito sensoriale. Tilt. Squallore. Quanto ti devo? Pessimista? C'e' una bambina dimenticata sul portone che piange sola, *piccolo dettaglio* di un utero distratto da un bicipite anabolizzato. C'e' anche una ragazza, una madre, che soffre dignitosa per non vedere piangere la bimba su quel portone...altro *piccolo dettaglio* dell'amore rinnegato per gusto. Vorrei morire per loro. Erotismo e' altro. Erotismo e' tutto, anche nel gesto, ma si nutre di rispetto, passione, assoluta voglia e bisogno di dare. Erotismo e' guardarsi nudi, aldila' della nudita' piu' assoluta: mostrarsi senza il timore dell'apparente e del complesso, e' togliersi dal viso biacca e cerone e dall'anima la paura. Erotismo e' sesso e amore, e' un gesto, una carezza ed un fuoco che arde di se' senza bruciare, siamo scintilla e fiamma. Erotismo e' sensualita'. E' il tuo corpo sul mio, io in te e tu in me in un flusso d'infinito. E' commozione struggente, risata serena, e' la lacrima di sincera vita che sorriso non sa esprimere, e' nel gioco delle mani che si sfiorano da lontano e l'infinita' di un orgasmo che nell'attimo uccide. PENE: Organo sessuale maschile atto alla copulazione ed alla minzione, posto...bla bla Ma non basta mica! Eppure il fiume si ingrossa ogni notte, pasce l'istinto e bagna le rive della Luna, che accetta dignitosa e dolce di spegnere la sua luce per lasciarsi accecare da un sole. Un sole che annoiato cammina, brucia, dorme. Voglio essere come il mare, e muovermi al ritmo del satellite femmineo. Lontano, profondo..tempesta e quiete. Datemi uno scoglio! Mi ci infrangero' in onda per brillare nel cielo, pur se ricaduta sara' cagione di dolore. Ore 14.05 Scorre. Panta rei. Avanti pure. E la tac? Voglio dire, facciamo mattina cosi'? *Beautiful!* prosegue seguito dalla signora che ora ha cambiato di posto, scegliendo la poltrona piu' vicina allo scatolone antennato. Uno spot minaccia: *talala...tata...tra qualche istante...*vivere** Ok. Pazienza. Ci tocchera'. Sembra un ordine. Messaggio promozionale. Famiglia serena divora tonnellate di merendinestrutto, tutti magri bellissimi e contentissimi. Nonostante nello sfondo di quel quadretto troneggi una tivu', e conseguentemente anche quello spot, e biutiful, e vivere. E allora mangiamo quelle delizie...voglio essere cosi'! Come loro. Eppoi se ne mangero' almeno trenta al giorno potro' ricevere in regalo quella impastatrice che mi piace tanto. Quando l'avro', ci preparero' quelle merendine. Pessima operazione di marketing. Si chiamano *triccole*, non *merendine*. Lo avete notato? la tivu' mi distrae. Non infastidito, perche' non le dedico attenzione, ma la vedo e la sento. La' dentro si ride e si piange in una altalena di sentimenti che non si rompe mai. *Pagate le bollette?* *Non avevo soldi* *pazzo...e la tivu'? moriremo tutti!* ...non staccate la spina. L'eutanasia e' un lusso di pochi. Ore 14.53 Il signore del letto accanto si e' alzato. Protesi d'anca. Sono strafelice nel vederlo con i bastoni procedere seguito dalla fisioterapista. Mi guarda, sorride, mi fa' l'occhietto. Che sia perche' mi ha visto nudo? Ieri mi guardava mentre controllavano la precisione della mia depilazione casalinga: gamba, mezza pancia, pisello, palle. Invidioso?...eddai, che ce l'hai pure tu. Gli ho fatto l'occhietto anche io ieri. Forse sono il suo tipo. Avra' un sessantacinque anni, faccia buona, capelli bianchissimi. Sono contento di vederti camminare cosi' felice. Davvero. E' visibilmente euforico, attento a quello che fa. Attento amico...tra poco camminero' anche io !!! Ore 20.55 *It's hard to be a saint in the city* Molto difficile. Eppoi, perche' essere santi? A chi serve? Chi decide? Speculazioni a parte, le danze sono aperte. Stasera ho avuto la netta percezione che l'avventura sia iniziata. FRAXIPARINA 0,4 ml. Me la sono iniettata da solo, a destra dell'ombelico, per scongiurare coaguli e trombosi. Quando l'ago e' entrato, la percezione lieve di un fastidio sottocutaneo ha confermato il reale. -Procedo sicuro sulla mia auto quasi presidenziale. Entro nel tunnel. Luci spettrali giallo limone per nulla trasparenti. E' una luce densa, sembra di correre dentro una vena d'acqua. Seguo i filetti liquidi, dunque. Guido in modo quasi automatico, ipnotizzato dai fari posteriori dell'auto che mi precede. La sua targa : un numero superiore al mio di una unita'. Un'altra mi segue, un numero in meno. Allineati, ordinati incrociando le dita. Sono esattamente al centro del tunnel...sopra di me immagino la vetta della montagna profanata, una simmetria perpendicolare degna di una piramide. Quaggiu' non esiste la differenza tra il giorno e la notte, nessun cielo azzurro e nessuna nuvola che sarebbe preferibile a questa spettralita' artificiale., Guidando, annoiato da una radio che rimanda Roy Orbison, fumo per ingannare l'attesa. Esattamente al centro, dicevo, freno l'auto: il momento e' molto pericoloso, potrebbe capitare qualsiasi cosa. Spengo, e scendo. Non vi so dire altro. Cosa capitera', lo sapro' dopodomani. O meglio sapro' cosa e' capitato. Non ho paura giacche' l'attimo e' trascorso. Vorrei un cielo azzurro sopra di me, non e' possibile ora e qui, forse non lo sara' mai ma ho visto alle volte l'impossibile diventare plausibile, talvolta persino reale. *Poi un certo giorno timbra tutto un avvenire, od una guerra spacca come una sassata, ma ho visto a volte che anche un topo sa ruggire ed anche un'aquila precipitata.* (Van Loon-F.Guccini) Calma piatta. La zattera e' sempre la'. Il corpo inerme giace vivo sul pianale sconnesso che lo divide dai flutti. Il sole e' altissimo nel cielo di mezzogiorno, sembra l'eco di una stella lontanissima. Se potessi guardarlo, facendo fessura con le mani davanti agli occhi ti sembrerebbe ruotare su un centro inesistente identificandone l'unita'. Un lampo perimetrale di luce circolare bianca piu' del bianco, platino su oro. Il gabbiano, nell'attimo in cui si staglia nell'aria morta, scompare. Una grande sete ha seccato il cuore che ora cerca di non pulsare per non provare dolore. Il naufrago sa che tutto potrebbe accadere, plausibile in quell'inferno liquido. Inutile pensare, inutile remare in quell'immobilita' sapida. L'unico suono oltre al batter d'ali e' lo sciacquio dell'acqua contro i tronchi legati, una inarrestabile nenia che scandisce i secondi come il frastuono della sabbia che precipita dalla strozzatura di una clessidra nel vuoto. CUM GRANO SALIS. Vorresti allargare la strozzatura, vorresti poter aprire uno squarcio in questo cristallo per aprire le dighe del tempo e lasciare scorrere veloci i prossimi quattro o cinque giorni, sperando di svegliarti arenato su un'isola deserta. Il cristallo pero', proprio perche' fragilissimo, e' duro come diamante. Cosi' sara', dunque? ...cum grano salis. La facilita' con cui corre un atleta e' sorprendente. Salta, si coordina, colpisce una sfera, ricade, insegue, sputa. Sputa sempre. Una partita di calcio ha in se' anche aspetti rivoltanti. Se scivoli sull'erba, hai la netta sensazione di dormire sulla lingua umida di un cane. Guarda il primo piano di quel terzino caduto!!! sara' sudore? Il telecronista e' rapito dal gioco, la posta e' altissima. Ascoltarlo e' un piacere, citero' alcune bellissime perle d'arte figurativa: scodella al centro, fallo da tergo, ed altri messaggi subliminali che potrebbero produrre persino feroci tempeste ormonali in un ascoltatore distratto. Hai paura di me? Significa che forse dovrei averne io di te. Cerchi che si chiudono. Quando ti allontani, o cambi di sedia perche' mi vedi qui, assorto a scrivere, significa che forse per primo dovrei allontanarmi io. Ma ti sei chiesto mai, sinceramente, perche' non ti temo? Perche' da me nulla devi temere. L'uomo canuto di bassa statura in effetti ha lasciato il suo posto. Oggi pomeriggio mi ha cordialmente sorriso mentre aspettava che la moglie uscisse dalla sala operatoria. Gli ho chiesto:*novita'?* *No, ancora no* *Vedra' che tutto andra' bene* (oh, dio, quanto lo spero) ...ma stasera, vedendomi parlare ad un auricolare (il cellulare e' ben custodito nel marsupio, invisibile allo sguardo) e scrivere come uno scolaro che fa' i compiti a casa, nella mia tranquilla lucidita' pre-operatoria inconcepibile, mi ha temuto. *preferisco non credere* Bella risposta, esimio... peccato che dalla sua nuova posizione veda male la partita alla tivu'. Poco male, dira', lei, mentr'io continuo a scrivere. Un uomo guarda la partita imbronciato(anzi nemmeno forse la guarda) Mentre un altro disegna cieli azzurri. Lontani anni luce. Baseterebbe parlarsi Senza abbandonarsi a proeizioni ed immaginazioni. E magari, scoprirsi. E l'oste? L'oste, che dice? *Signori, tra poco si chiude* Asciugando automaticamente i bicchieri da vino, l'uomo obeso dal grembiule macchiato di lambrusco D.o.c. da' la ferale notizia. Poco a poco, tra tintinnare di monete in cassa e battute sulla bellezza della Giovy, il locale si svuota. L'oste conosce il mondo. L'oste ha vissuto, piu' di quanto ci sia dato sapere, chiuso in questa osteria. E quando intravede due spalle curve, un ciuffo spettinato riverso sul tavolo ed un bicchiere vuoto stretto a mo' di preghiera tra tutte e due le mani, sa che deve fare. Manda Giovanna di sopra a scaldare le lenzuola. Getta lo straccio umido sulla spalla, gira una sedia e ci si accavalla sopra, vicino all'uomo. L'oste non parla , perche' sa. L'uomo non parla, perche' non ha. Il silenzio assorda e continuera' a farlo finche' uno dei due non lo fara' smettere. L'assurda coppia resta li' forse alcuni minuti, sospesa tra il silenzio ed il non dire. Solo un tonfo sordo ed ovattato di una manona su una spalla vibrante. Il ragazzo si alza, paga e se ne va con passo deciso verso chi sa dove. L'oste lo guarda e gli spunta una lacrima che rotolando sulle guance paffute scivola sino al mento, pencola, poi precipita sulla rotondita' malcelata dalla canottiera, dove si espande un poco. L'oste sa. Ore 0.25 Qualcuno qui fuori, oltre la porta a vetri della saletta, passeggia incuriosito da una strana luce che di qui emana. La presenza ambigua notturna di chi dorme e riposa non per orario ma per stanchezza preoccupa un po'. Li sento indugiare qui fuori e tendere l'orecchio, indagatori e pettegoli. Il vetro e' trasparente, appena offuscato. Quasi imbarazzato d'esistere, rallento il passo della penna che silenziosa e docile acconsente. Tra meno di sette ore tocchera' a me. Non staro' sveglio per fare un inutile conto alla rovescia,una traccia di felicita' intuita e forse vissuta di striscio e' ancora la' fuori, fiduciosa in attesa. Chi ha visto un cielo azzurro conosce la primavera, chi l'ha solo intuito rifugge l'inverno. Sto, anima in tasca unico monile, ad ascoltare i pensieri della notte di chi soffre, sbaglia, cerca, ride. Trovo talvolta qualcosa di mio, dimenticato tra gli angoli sterili di questo ospedale che ha vetri opachi per non darti nostalgia del vissuto per quanto breve, leggero, evanescente. Etereo. Da bambino pregavo dio di liberarmi dal male. Oggi gli voglio chiedere di aiutarmi a capirlo, che' sappia discernere i colori del mondo, alchimista sognante senza dio che non si chiami Natura. E se questa fosse follia, se questa danza di speranza fosse l'errore mio, beh, scusate.Resistente all'uso piu' di un rotolo di Cartamagica, nemico giurato di Mr. Pulito, innamorato della stella d'Orione e fiducioso nella giustizia mi ripresentero', su questa stessa rete, tra pochissimi giorni. Questo quaderno si intitola noia. Quesito per i piu' attenti e tenaci, arrivati sino qui. -Perche'? A) Perche' volevo stupire con un titolo ad effetto. B) Perche' mi annoiavo. C) Perche' certamente vi ho annoiato. Non era un titolo, ma una profezia. D) Perche' ci sono cose che o le capisci, o no. E) Perche' non ci sono piu' le stagioni F) Perche' sono uno stronzo. La risposta vera non e' tra le prime tre (neppure la terza, si'.... sono presuntuoso... eppoi sin qui siete arrivati) L'ultima e' soggettiva, fate voi. Si ringrazia per la collaborazione: -La signora col rossetto cadente. -I miei vicini di stanza (Primo tra tutti Arturomarcaureliobidet) -Le infermieire ed i primari -La saletta. ( e la tivu') -La Papermate mod. Comfort-mate -Paperino -Il mio amico Germano, che ogni tanto mi racconta una favola.

Su questo sito usiamo i cookies. Navigandolo accetti.